Incontro con i media del consigliere federale Christoph Blocher del 2 aprile 2004

Discorso della Sig. Françoise Gianadda, Capo del Servizio dello stato civile e degli stranieri del Cantone di Vallese

Discorsi, DFGP, 02.04.2004. Vale il testo parlato

Colgo l'occasione per illustrare alcuni problemi riscontrati nella mia attività a capo del Servizio dello stato civile e degli stranieri del Cantone di Vallese.

Piccolo cenno preliminare: il Vallese è considerato un Cantone romando sebbene sia bilingue (2/3 francofoni, 1/3 germanofoni). Conta una popolazione complessiva di oltre 280'000 persone, composta di oltre 60'000 stranieri provenienti da 157 nazioni, tra cui circa 2'600 persone del settore dell'asilo. Il Vallese è inoltre un Cantone di frontiera confinante con la Francia e l'Italia.

Il mio Servizio si occupa del controllo degli stranieri, della procedura d'asilo, l'integrazione, delle misure coercitive, dello stabilimento in cui si svolge la detenzione amministrativa, dello stato civile compresi naturalmente i matrimoni, delle nazionalizzazioni e dei passaporti svizzeri. Tutti questi compiti si riallacciano all'attività del DFGP e permettono di "inquadrare&" piuttosto bene l'intera popolazione vallesana. La mia attività tocca essenzialmente l'ambito umano ed è fatta di situazioni molto concrete; non è raro che qualcuno mi faccia delle confidenze.

Nei dieci minuti che mi sono concessi in questa sede, desidero rendervi partecipi, partendo da esempi molto concreti, di una serie di riflessioni che sfociano in alcune richieste rivolte alla Berna federale.

Posso aderire in larga misura a quanto appena esposto dalla consigliera di Stato Keller e non intendo soffermarmi sulle medesime questioni. Tengo unicamente a confermare che una delle grandi difficoltà in materia d'asilo risiede appunto nell'identificazione dei richiedenti e nell'esecuzione dei rinvii. Se il nostro Stato di diritto non vuole perdere la sua credibilità, deve trovare soluzioni atte a garantire il rispetto delle decisioni prese dalle autorità e a eseguire la partenza dei richiedenti l'asilo respinti.

1. Mi pronuncio ora in merito al problema dell'integrazione

Oggi la Svizzera accoglie un folto numero di persone dalle origini e dalle culture più disparate, entrate in Svizzera a partire dagli anni Ottanta. Accade sempre più sovente che tale multiculturalità metta in questione il nostro principio dello Stato di diritto le cui regole del gioco valgono per tutti.

Ecco alcuni esempi:

  • Il cittadino di un Paese dell'Asia minore che vive in Svizzera con suo padre, un rifugiato riconosciuto, ha frequentato le scuole in Svizzera e parla perfettamente il dialetto dell'Alto Vallese. Decide di presentare una domanda di naturalizzazione. Allo stesso tempo, sposa una ragazzina di 13 anni nel suo Paese d'origine.
    È veramente integrato costui ? Lo condanneremo se intrattiene una relazione sessuale con questa ragazza sul nostro territorio, come faremmo con uno Svizzero o un Europeo? Oppure ci avvieremo verso una società in cui le regole giuridiche cambiano a seconda dell'appartenenza culturale o religiosa?
  • Il cittadino di un Paese dove l'escissione delle ragazze è una pratica corrente ha sposato una donna svizzera. Oggi intende infliggere tale grave mutilazione alla propria figlia nel corso delle prossime vacanze estive. Che ne è del rispetto dell'integrità fisica dovuta a ogni individuo, dei diritti fondamentali dei bambini e dei doveri elementari dei genitori sanciti dalla nostra legislazione?
  • A intervalli regolari siamo chiamati a occuparci di giovani, specialmente originari dei Balcani, costretti dai loro genitori a contrarre matrimoni combinati. La procedura ricorrente è semplice: un soggiorno nel Paese d'origine durante le vacanze, ritiro del passaporto e del permesso di soggiorno, ed ecco che il giovane si vede obbligato a sposare un conterraneo scelto dai suoi genitori se vuole tornare in Svizzera dove studia o lavora. Tale prassi riguarda maggiormente le femmine, ma non risparmia nemmeno i maschi. Poco tempo fa ho ricevuto un giovane di 17 anni che mi chiedeva come fare per sottrarsi alle vacanze con la famiglia nel Paese d'origine. I suoi genitori non vedevano di buon occhio i compagni di liceo che frequentava e un giorno li aveva sentiti mentre, con la famiglia rimasta in patria, parlavano di organizzare il suo matrimonio. Spesso si arriva a minacce e aggressioni, poiché la volontà di autonomia di questi giovani è considerata una violazione del codice d'onore vigente nel loro ambiente.
  • Potrei continuare a citare numerosi esempi di vita vera, soprattutto in materia di violenze coniugali, immancabilmente giustificate con l'ambiente culturale.
  • Le autorità comunali e cantonali devono altresì fare i conti con rivendicazioni sempre più impegnative derivanti dalla pratica religiosa: esonero dalle lezioni di nuoto a scuola, separazione dei sepolcri, richieste di possibilità d'insegnare l'islam durante gli orari scolastici, tanto per citarne alcune.

Questi esempi e le rivendicazioni sollevate mostrano la necessità di una politica coerente e uniforme in materia di migrazione e di integrazione, strettamente legate l'un l'altra.

Ebbene, la Svizzera non ha alcuna politica di migrazione e da 20 anni sta subendo importanti flussi migratori attraverso il canale dell'asilo. Inoltre, la politica di integrazione non è che agli esordi. Non basta iscrivere qualche buon principio nella nostra legislazione e stanziare sovvenzioni. Per raggiungere un'integrazione vera, dobbiamo sì sapere cosa siamo disposti a fare per meglio accogliere i migranti, ma soprattutto dobbiamo mettere in chiaro i nostri valori sui quali non siamo disposti a transigere e che comprendono, in particolare, i principi democratici, i diritti dei bambini, l'eguaglianza tra uomo e donna, l'aconfessionalità.

Pertanto ecco cosa mi aspetto che faccia la Confederazione:

  • determina i valori e i principi democratici sui quali il nostro Paese non intende transigere, permettendo così di attuare una politica d'integrazione coerente;
  • differenzia in modo inequivocabile l'asilo, teso a proteggere gli individui perseguiti ai sensi della convenzione di Ginevra, dalle condizioni d'entrata e di soggiorno valide per le altre categorie di migranti;
  • esige, come condizione per l'entrata (o la regolarizzazione del soggiorno dei vecchi richiedenti l'asilo per ragioni umanitarie), che queste regole del gioco siano accettate e rispettate. Allo stesso tempo, naturalmente, provvede a potenziare tutte le misure atte a facilitare l'integrazione.

2. Affrontiamo ora alcuni dei problemi legati alla sicurezza

Dobbiamo fare i conti con un turismo criminale in espansione, direttamente legato all'assenza dell'obbligo del visto. C'è chi arriva nel nostro Paese giusto per commettere un reato per poi tornare alla base subito dopo.

Questo turismo criminale si diffonde anche attraverso i richiedenti l'asilo, in particolare quelli provenienti dalle repubbliche dell'ex URSS. Le condanne miti e le condizioni di detenzione molto corrette nel nostro Paese non producono alcun effetto dissuasivo.

Per quanto riguarda i reati legati agli stupefacenti, uno dei problemi maggiori è costituito da certi Paesi d'origine di numerosi richiedenti l'asilo, spesso sfruttati a loro volta da organizzazioni mafiose. E il problema appare ancora più acuto se si considera che la mancata identificazione e la scarsa collaborazione degli interessati e dei Paesi d'origine rendono praticamente impossibile il rinvio.

Tengo altresì a segnalare un problema importante che, in questo momento, richiede tutta l'attenzione delle autorità federali. Beneficiano dello status di rifugiato alcuni estremisti islamici che sono fuggiti dal loro Paese d'origine a motivo delle loro posizioni estremiste. Qui da noi, nei centri culturali, stanno continuando a sviluppare il loro pensiero fondamentalista.

Alla luce delle circostanze, che impongono la lotta contro ogni forma di estremismo, ciò non può essere tollerato. E non può essere tollerato nemmeno se pensiamo alle comunità musulmane moderate che ne subiscono le conseguenze e soffrono di tale situazione. Del resto sono proprio queste comunità moderate a lanciare l'allarme.

È indispensabile additare poi la scarsa efficacia della lotta contro la criminalità, che scaturisce in primo luogo dalla nostra organizzazione federalista e da una concezione spesso troppo restrittiva della protezione dei dati.

Ecco quanto mi aspetto che faccia la Confederazione in questo ambito:

  • istituisce una collaborazione immediata ed efficace tra le varie polizie, agevolando in particolare la consultazione delle schede;
  • riesamina a intervalli regolari i Paesi a rischio per i quali è necessario introdurre o reintrodurre il visto;
  • cerca sistematicamente di concludere accordi di riammissione con i Paesi d'origine, coinvolgendo maggiormente il DFAE;
  • attua le misure contenute nel rapporto che la commissione "Ausländerkriminalität&" ha trasmesso al Consiglio federale il 31 marzo 2001, misure in gran parte "arenate&" nei lavori della commissione USIS. Mi limiterò a citare, a guisa d'esempio, l'intensificazione dei controlli negli aeroporti e nei treni internazionali.

3. La lista dei problemi da risolvere è lunga, ma il tempo stringe, per cui mi limiterò a esporre altri due punti soltanto.

Mi preme anzitutto ricordare il problema dei matrimoni di compiacenza. Infatti, il matrimonio è diventato uno strumento di immigrazione molto in auge. Alcuni casi sono manifesti (grande differenza d'età, nessuna lingua comune, situazione personale degli interessati ecc.) e le autorità possono facilmente intervenire. Molto spesso però il partner svizzero o straniero in possesso di un permesso di soggiorno o di domicilio è indotto a contrarre un'unione durevole basata sull'affetto reciproco. Soltanto dopo che il "nuovo&" coniuge ha acquisito il permesso di domicilio o la nazionalità svizzera, all'improvviso sorgono difficoltà coniugali o emerge la verità.

Capita spesso inoltre che il matrimonio sia contratto sulla base di trattative finanziarie. La settimana scorsa ho ricevuto un'informazione scritta riguardante un matrimonio per il quale è stato convenuto il pagamento di 30'000 franchi a unione avvenuta e di 50'000 franchi se la futura sposa accetta di dare alla luce un bambino.

Anche la naturalizzazione agevolata invoglia spesso all'abuso. Non è raro constatare, a fatto compiuto, che il matrimonio è durato giusto il tempo di una naturalizzazione agevolata. La prassi adottata dall'amministrazione federale in questo ambito è molto condiscendente: in pratica nessuno verifica se il coniuge è integrato. Eppure è una condizione essenziale, prevista dalla legge federale. Del resto, molti non padroneggiano nemmeno a sufficienza una delle lingue nazionali.

La legge in vigore deve essere applicata con maggior rigore e la Confederazione deve esigere l'applicazione corretta da parte dei Cantoni - che si tratti del rispetto delle condizioni di partenza o della lotta agli abusi.

Signor Consigliere federale, Signore, Signori, vi ringrazio dell'attenzione e mi auguro che le mie considerazioni e le mie richieste siano ascoltate, di modo che i problemi sollevati possano essere risolti attuando soluzioni concrete.

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