"L’imprenditore, la Svizzera e l’Europa" Una triplice eccezione

Discorso del consigliere federale Christoph Blocher davanti al "Wirtschaftsclub"svizzero-tedesco il 22 maggio 2006 a Francoforte

Discorsi, DFGP, 22.05.2006. Fanno fede sia la versione scritta sia quella orale. Il relatore si riserva il diritto di modificare il testo manoscritto!

"Francoforte sul Meno, 22.05.2006. Il consigliere federale Christoph Blocher parla dinanzi al Wirtschaftsclub svizzero-tedesco di Francoforte della sua carriera, delle sue esperienze di imprenditore attivo in politica, delle particolarità del sistema politico svizzero e della posizione del nostro Paese in Europa."

1. Nessuno nasce imprenditore
Gli organizzatori dell’evento odierno mi hanno pregato di parlare dell’ iter che mi ha portato a diventare imprenditore e da imprenditore a politico. Questo interesse mi fa pensare che la mia deve manifestamente essere una carriera piuttosto insolita.

In effetti è alquanto raro che i figli senza mezzi di un pastore protestante diventino i proprietari di un gruppo attivo a livello mondiale.

Sono ben pochi gli imprenditori attivi a livello mondiale che entrano in politica.

E raramente un imprenditore cede la sua ditta ai figli per entrare in Governo.

La circostanza che in Svizzera vi siano degli imprenditori che hanno la possibilità di agire anche a livello parlamentare e che ve ne siano di più rispetto a molti altri Paesi simili al nostro, è da attribuire alla particolarità della Svizzera.

Vi devo dunque parlare di tre eccezioni: dell’eccezione imprenditore, dell’eccezione Svizzera come sistema politico e dell’eccezione della Svizzera in Europa. Parlando di «eccezione», vorrei tuttavia subito precisare che tale nozione non esprime alcun giudizio di valore, bensì descrive semplicemente una circostanza che si verifica raramente. Un’eccezione si scosta da quanto è considerato normale. È dunque qualche cosa di particolare o di anomalo!

Come sicuramente avrete già avuto modo di constatare, all’interno della società gli imprenditori rappresentano un gruppo piuttosto ristretto. Già di per sé come persona l’imprenditore costituisce una «eccezione». Nel mio caso è addirittura possibile parlare di un felice «fuorviamento» visto che, per quanto concerne le premesse famigliari, non sarebbe poi tanto sorprendente se fossi diventato insegnante o teologo. Perché, come già accennato in precedenza, sono cresciuto nella casa di un pastore protestante con dieci fratelli e sorelle.

Il mio senso della realtà e dunque il mio interesse per tutto ciò che è tangibile, visibile e quindi anche fattibile è però sempre stato molto spiccato e di conseguenza un’attività professionale all’interno del mondo spirituale della parrocchia non mi ha mai attratto. Non posso e non devo spiegarmi questa inclinazione. Ad ogni modo subito dopo la scuola dell’obbligo ho iniziato una formazione di agricoltore. Sono dunque un agricoltore qualificato. Questa è la mia prima e sino ad oggi unica vera professione. Soltanto in un secondo tempo ho conseguito la maturità, studiato giurisprudenza e terminato gli studi con un dottorato sul diritto fondiario.

Visto che mio padre aveva tanti libri, ma poco denaro, non fui in grado di acquistare una fattoria. Ciò fu tra l’altro uno dei motivi che mi spinse a intraprendere gli studi universitari. Le condizioni modeste mi costrinsero ad assolvere questa formazione come «studente lavoratore». Anche se oggi questa formulazione appare più negativa di quanto non fosse in realtà. Infine ho poi anche conosciuto il mio datore di lavoro proprio grazie a questa attività. Tale circostanza fu fatidica nella misura in cui qualche anno dopo fui in grado di acquistare questa azienda, che si trovava in condizioni catastrofiche e che nessun altro in Svizzera voleva comparare, quasi esclusivamente grazie a prestiti bancari. Ho quindi assunto la direzione della EMS Chemie SA per quasi vent’anni. La ditta – che nel 2003 ho ceduto ai miei figli prima di entrare in Governo – oggi dà lavoro a circa 3'000 persone, realizza annualmente una cifra d’affari di circa 1,2 miliardi di franchi, vende più del 90 per cento dei sui prodotti all’estero e – rispetto alla concorrenza – ha una redditività superiore alla media. La EMS Chemie SA è un’azienda attiva soprattutto nello sviluppo e nella produzione di materiali polimeri.

2. Un imprenditore in politica
In Svizzera si fa politica a tempo parziale. È così che sin dall’inizio mi sono impegnato sia in qualità di cittadino interessato sia di imprenditore attivo: quattro anni in municipio (esecutivo comunale), poi cinque anni nel Parlamento del Canton Zurigo (legislativo cantonale) e infine ventiquattro anni in Consiglio nazionale (paragonabile al «Bundestag»).
Va da sé che impegno politico e imprenditoria significano una doppia sollecitazione. Ed è per questo motivo che il numero degli imprenditori attivi in politica è piuttosto ridotto. Ma l’utilità dell’accoppiata imprenditore/politico risiede proprio in questo - a volte quasi insopportabile - duplice impegno. Come potrebbe altrimenti un imprenditore far confluire la sua preziosa esperienza e indipendenza in politica? E come potrebbe integrare le leggi della politica nell’economia, se non fosse simultaneamente imprenditore e politico?

Sovente mi viene posta la seguente domanda: ma gli imprenditori sono dei politici capaci? Sono in grado di esserlo? Già prima della mia elezione in Consiglio federale si è sollevata la voce di un professore di politologia, animato da buoni propositi, che ha ammonito: economia e politica sono due cose completamente diverse e se una persona sa fare bene una cosa, non è detto che sia poi in grado di esercitare anche l’altro mestiere. Ovviamente questo professore sa bene di cosa parla. Durante tutta la sua vita non ha mai esercitato una carica politica, ne ha mai dovuto vendere una sola matita. Tant’è. Sono stato imprenditore, Consigliere nazionale, ogni anno ho assolto tre settimane di servizio militare fino all’età di 55 anni, terminando la mia carriera militare con il grado di colonnello e comandante di un reggimento.

Inusuale è pure stato cedere, nel dicembre del 2003, la EMS ai miei figli prima di entrare il 5 gennaio 2004 nel Governo svizzero poiché eletto in Consiglio federale. Dopo 24 anni di Consiglio nazionale, durante i quali mi sono viepiù battuto contro l’interventismo sempre maggiore dello Stato, contro l’aumento delle imposte e per il mantenimento dell’indipendenza della Svizzera, sono entrato a far parte del Governo svizzero composto da sette Consiglieri federali.

3. È il principio che deve funzionare
Colui che conduce, deve anche decidere. Colui che decide, deve esser libero. Colui che vuole essere libero, deve delegare. Colui che delega, deve avere la visione dell’insieme. Colui che vuole mantenere la visione dell’insieme, non deve lasciarsi logorare dalle futilità quotidiane. Ciò vale in tutte le situazioni che richiedono una conduzione. Sia in seno all’azienda sia in seno allo Stato.

L’Amministrazione svizzera funziona benissimo e in modo completamente autonomo. Colui che lo desidera, può immergersi nell’Amministrazione come in un bagno caldo. Gli appuntamenti si susseguono, le sedute si moltiplicano, a un invito ne segue un altro e tra dieci minuti inizia un’altra riunione. Il mio compito principale, e anche più impellente, è dunque stato sottrarmi alla macchina burocratica. Soltanto così è possibile creare lo spazio necessario per condurre e decidere.

Un imprenditore analizza di continuo la situazione, la concorrenza, il proprio lavoro e insieme ai suoi collaboratori cerca le soluzioni migliori. Poi sta a lui prendere le decisioni e attuarle. Se l’impresa è sana, tutti coloro che vi partecipano hanno un obiettivo comune: assumersi la responsabilità per la decisione presa e fare in modo che l’impresa abbia successo. In politica non è sempre così. Molti degli attori della politica non necessariamente auspicano trovare la soluzione migliore. Ciò può apparire difficilmente comprensibile, ma le cose stanno proprio così. In politica dobbiamo in fondo tenere conto di due fattori, ossia del potere e dell’essere umano.

Essere in chiaro sui principi fondamentali assume dunque ancora più importanza. Io mi riconosco in valori liberali che promuovono il successo e la responsabilità individuale. Soltanto questa via ci permette di progredire. Ne sono fermamente convinto ed è per questo che tento di applicare questi principi. Colui che crede che con un maggiore intervento da parte dello Stato e con ricette che in ultima analisi sono di stampo socialista, si possa raggiungere maggiore benessere e più lavoro, si sbaglia sonoramente. Lo Stato assistenziale è strutturalmente incapace di lavorare in modo efficiente, perché penalizza il successo assoggettandolo a molteplici imposte e tasse, mentre premia l’insuccesso con trasferimenti di pagamenti ed elargendo sovvenzioni. Non è soltanto il declino del blocco orientale a dimostrarlo, bensì anche la situazione attuale di alcuni Paesi dell’Europa occidentale il cui «socialismo soft» (Robert Nef) erode in modo strisciante l’economia. Chi non lo capisce, ha perso il treno della storia mondiale.

4. La triplice eccezione
Visto il tema odierno, per il mio discorso ho scelto un titolo in grado di riassumere la situazione: «L’imprenditore, la Svizzera e l’Europa. Una triplice eccezione».

Ad ogni modo: nella società l’imprenditore costituisce già di per sé una bestia rara. Ma imprenditori che passano in politica sono ancora più rari. E il motivo per cui ciò accade più sovente in Svizzera che in altri Paesi, risiede nel nostro sistema politico. Eccoci dunque giunti alla seconda eccezione: il sistema politico della Svizzera.

La Svizzera si fonda su una struttura federalistica e ciò vale anche per la struttura dal basso verso l’alto. Il federalismo permette di creare strutture talmente piccole che nel nostro Paese è possibile esercitare molte cariche e funzioni su base di milizia. O detto altrimenti: il parlamentare svizzero è a tutti gli effetti un politico del tempo libero, anche a livello nazionale. Il nostro non è un Parlamento professionista. Un terzo dei membri del nostro gruppo a Berna – l’Unione Democratica di Centro (UDC) - è costituito da liberi professionisti. Tralasciando tra l’altro di contare gli avvocati e gli agricoltori. Se volete, potete fare il calcolo di chi resterebbe nel «Bundestag» tedesco se si togliessero gli insegnanti e i rappresentati delle associazioni.

Il nostro sistema di milizia è uno dei grandi punti di forza della Svizzera. Senza federalismo tuttavia questo lavoro di milizia sarebbe impensabile. È per questo motivo che sono un convinto fautore del federalismo. So che attualmente in Germania è in corso un dibattito sulla riforma del federalismo e che molti, quando utilizzano la parola «federalismo», hanno un’espressione in volto come se stessero parlando di una malattia pericolosa. Tutti coloro che predicano la soluzione dello Stato centrale come alternativa, hanno questa espressione. Perché federalismo vuole semplicemente dire decentralizzazione, ossia massima autonomia e responsabilità individuale a tutti i livelli politici. Il federalismo è l’unica via per instaurare qualche cosa che all’interno di uno Stato possa far pensare alla concorrenza. Sempreché di federalismo non si parli soltanto a vanvera, bensì lo si attui anche coerentemente. La sua funzione principale è quella di creare alternative per il cittadino.

5. Concorrenza fiscale in Svizzera
Posso illustrarvi quanto detto in precedenza mediante l’esempio della concorrenza fiscale intercantonale in Svizzera. Recentemente, un piccolo Cantone di montagna, finora poco considerato – con pochi abitanti benestanti, piccolo e discosto - ha approvato una nuova legge tributaria.

La cosa più interessante è che la nuova legge tributaria prevede un’aliquota degressiva. Ciò significa, quanto più alto è il reddito, tanto più bassa risulta essere l’aliquota d’imposta (e non certo l’imposta). Occorre però immaginarsi questa aliquota sotto forma di mattoni. Tutti pagano la medesima percentuale per il primo mattone, diciamo fino a circa 100'000 franchi di reddito imponibile. Poi la medesima percentuale da 100'000 fino a 200'000 franchi. A partire da un reddito imponibile di 300'000 franchi, l’aliquota scende radicalmente per l’ulteriore reddito. (Queste cifre non sono vincolanti. Esse sono soltanto indicative.) Ciò che inoltre può interessarvi in veste di rappresentanti dell’economia: il Cantone in questione ha rivisto anche le disposizioni concernenti il tasso d’imposizione sugli utili aziendali. Viene introdotta una tassa unica del 6,6 per cento (sinora dal 16 al 20 per cento), che si applica in tutti i Comuni. Per le ditte ne risulterà conseguentemente – inclusa l’imposta federale diretta – un carico fiscale globale del 13,1 per cento.

Non potete neppure immaginarvi il clamore mediatico e politico sollevatosi in seguito all’approvazione in votazione di questa legge tributaria da parte dei cittadini del Canton Obvaldo. I commenti più garbati hanno definito la decisione «egoista» e «anticostituzionale». La protesta si è levata soprattutto dalle fila della sinistra e di quei Cantoni la cui creatività è orientata alla ricerca di nuove fonti d’entrata piuttosto che allo sgravio del cittadino. Il fatto che infine anche l’UE si è sentita in dovere di dichiarare le aliquote d’imposta basse e degressive incompatibili con l’accordo di libero scambio, è stato decisamente eccessivo.

In questo caso però la protesta è stata resa più difficile (ed è per questo che ho scelto questo esempio) dalla circostanza che questa nuova legge tributaria non è stata imposta dall’alto, bensì è stata legittimata da una decisione popolare. E rieccoci dunque alla seconda eccezione.

La struttura della democrazia diretta, come viene praticata in Svizzera, è unica al mondo. Ciò significa: le cittadine e i cittadini non soltanto possono eleggere, bensì esprimersi anche su questioni concrete. Nel caso in parola ben l’86 per cento della popolazione ha votato in favore della nuova legge tributaria. Il popolo sovrano ha deciso. Punto. In Svizzera il cittadino – e quindi anche ogni contribuente – può decidere sull’ammontare delle entrate dello Stato.

Un’imposta sul valore aggiunto del 7,6 per cento è da attribuire piuttosto a questa possibilità che al buonsenso dei politici.

Proprio recentemente gli Svizzeri hanno respinto un aumento dell’imposta sul valore aggiunto di 1 punto percentuale. E ciò sebbene l’aumento fosse addirittura destinato all’assicurazione per la vecchiaia e per i superstiti, che in Svizzera è molto popolare. La maggioranza di Popolo e Cantoni deve obbligatoriamente approvare un aumento dell’imposta sul valore aggiunto anche soltanto dello 0,1 per cento! Potete forse comprendere più facilmente la differenza pensando alla facilità e rapidità con cui, dopo le elezioni, la coalizione CDU/CSU e SPD ha approvato un aumento dell’imposta sul valore aggiunto pari al 3 per cento. In Svizzera sarebbe impossibile.

6. La democrazia diretta
La democrazia diretta è la vera natura della Svizzera. Quando parliamo dell’eccezione Svizzera, pensiamo a questa istituzione.
La democrazia diretta è la forma di Stato della diffidenza. E aggiungo subito che ritengo la diffidenza del cittadino nei confronti dei politici un pregio, anzi una necessità. È proprio con la democrazia diretta che questa diffidenza può manifestarsi immediatamente perché essa permette di dire no. Circostanza che già da sola può essere piuttosto importante. Proprio in politica è positivo che ci sia la possibilità di impedire le assurdità. Spesso e volentieri il mio partito viene pubblicamente tacciato di essere il partito che dice di no a tutto. Invece questa etichetta ha semplicemente dimostrato che siamo rimasti fedeli alla nostra linea politica quando tutti gli altri hanno dato segni di debolezza.

La democrazia diretta – e ne fa parte anche il diritto d’iniziativa e di referendum – promuove la partecipazione dei cittadini alla politica. Ognuno può vedere che conta. In tal senso la democrazia diretta implica maggiore responsabilità individuale e doveri nei confronti della res publica.

Senza democrazia diretta non sarei probabilmente entrato in politica, non avrei accettato il duplice impegno a ragione di un’inefficienza troppo grande. Con referendum e iniziative è possibile esprimere il proprio parere in merito ai quesiti importanti. La decisione più rilevante è stato probabilmente il no popolare all’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo (SEE) nel 1992. Se il sovrano avesse votato diversamente, oggi la Svizzera sarebbe con ogni probabilità membro dell’UE!

7. L’anima della Svizzera
Ho parlato dell’eccezione «imprenditore in politica» e vi ho illustrato in che modo speciale funzioni la meccanica dello Stato svizzero. E così siamo giunti al terzo punto: la Svizzera in Europa. Qualora vi fosse sfuggito, noi non siamo membri dell’Unione europea. Non illudiamoci: questo restare fuori dall’Europa non sarebbe stato possibile senza la democrazia diretta, ossia senza un chiaro no espresso dal popolo svizzero all’adesione. È successo un’ultima volta nel 2001 quando il 77 per cento dei votanti si è espresso contro l’adesione. D’altro canto tuttavia anche democrazia diretta e adesione all’UE sarebbero semplicemente incompatibili.

Se oggi parlo appunto di una triplice eccezione – dell’imprenditore in politica, delle particolarità del sistema politico svizzero e della posizione del nostro Paese in Europa – metto il carro davanti ai buoi. La Svizzera, com’è oggi, è pensabile solamente come costrutto sovrano. La nostra non appartenenza non è un rifiuto generalizzato all’UE come organismo, bensì innanzitutto una dichiarazione in favore di quello che distingue la Svizzera. Un’adesione avrebbe per noi conseguenze molto più rilevanti che per tutti gli altri Stati di questo nostro continente – e con ciò non voglio soltanto alludere alla soppressione del segreto bancario. Vi sono cose – e ve lo dico anche come ex imprenditore – che vanno ben oltre alla domanda e all’offerta.

La Svizzera, in qualità di piccolo Stato neutrale, ha trovato il suo ruolo e il suo compito in seno alla comunità internazionale. Ciò non significa isolarsi o respingere tutto quanto è straniero. La Svizzera conta più del 22 per cento di stranieri. È una delle quote più elevate in Europa.

Circa un terzo della popolazione ha radici straniere. La nostra economia è decisamente orientata verso l’esportazione. Gli Svizzeri sono integrati nel mondo, viaggiano, parlano diverse lingue, siamo un Paese turistico – ma insistiamo a voler mantenere la nostra sovranità. O per dirla in altre parole: siamo aperti al mondo, senza per questo lasciarci mettere dei vincoli. Neppure dall’Unione europea. E io sono convinto che ciò preconizzi soluzioni per l’avvenire!

Il federalismo, la neutralità, la democrazia diretta sono molto più di un semplice ornamento. Queste istituzioni politiche costituiscono la vera natura, o se preferite, l’anima della Svizzera. E nessun Paese dovrebbe rinunciare spontaneamente alla propria anima. Questo lo dico come Svizzero in Europa e come ex imprenditore che ora lavora in seno al Governo.