„Criminalità, sicurezza, stranieri – il punto della situazione “

Discorso del consigliere federale Christoph Blocher in occasione dell’incontro informativo dell’UDC di Riehen, BS, venerdì, 8 giugno 2007

Discorsi, DFGP, 08.06.2007. Fanno fede sia la versione scritta, sia quella orale. L'oratore si riserva il diritto di apportare consistenti modifiche al presente testo.

Riehen. In occasione della manifestazione UDC di Riehen (BS), il consigliere federale Christoph Blocher ha parlato delle cause e della portata della violenza giovanile. Ha inoltre presentato diverse misure per la lotta contro tale fenomeno.

1. La dimensione dei reati

 Nella città di Zurigo un gruppo di giovani ha violentato una ragazza di tredici anni. Tutti i dodici presunti aggressori erano già noti alla polizia, tra l’altro per rapina. I media e le autorità hanno tentato di celare la loro origine. Soltanto alcuni giorni dopo il «Tages-Anzeiger» ha dato la notizia che sui dodici giovani arrestati sei sono svizzeri naturalizzati provenienti dai Balcani e dalla Turchia, dei restanti quattro provengono anch’essi dai Balcani, uno dall’Italia e uno dalla Repubblica dominicana. Non si tratta di segreti d’ufficio (Tages-Anzeiger, 18.11.2006).

Nel mese di novembre 2006 viene diffusa la notizia di uno stupro collettivo a Steffisburg (Cantone di Berna). Gli imputati sono due fratelli albanesi (15 e 16 anni), un pachistano (15), uno svizzero di origine tamil (16), un brasiliano (18) e due altri stranieri di 18 anni. Non si tratta di segreti d’ufficio (Blick, 15.11.2006).

Sempre nel mese di novembre 2006 giunge la notizia dei gravi atti di vandalismo commessi nella chiesa cattolica di Muttenz. I giovani autori del reato provenienti dai Balcani (tutti non di fede cristiana) hanno imbrattato l’interno della chiesa con escrementi e urina. Non si tratta di segreti d’ufficio, ma di atti noti pubblicamente (Basellandschaftliche Zeitung, 21.11.2006).

Già nel mese di giugno 2006 a Rhäzüns (Cantone dei Grigioni) una bambina di cinque anni aveva subito gravi abusi sessuali. Gli autori del reato: due giovani (10 e 13 anni d’età originari del Cossovo. Tutto ciò è noto pubblicamente.

Nel mese di marzo 2007 è venuto alla luce un nuovo caso nel Cantone di Friburgo. Alcuni giovani avrebbero violentato e costretto alla prostituzione addirittura per mesi delle ragazze minorenni. Secondo il capo del Dipartimento di sicurezza e giustizia friburghese Erwin Jutzet, i giovani provengono per la maggior parte dai Balcani. Anche ciò è noto pubblicamente.

Un mese dopo vengono resi pubblici tre ulteriori casi: nel comune di Bettlach (SO) diverse ragazze minorenni sarebbero rimaste vittima di abusi sessuali.

Qual è il comune denominatore di queste cinque notizie pubbliche? E cosa confermano le analisi approfondite degli specialisti?

  1. La violenza giovanile e la brutalità sono in drammatico aumento.
  2. Numerosi giovani autori di reato sono stranieri scarsamente integrati, provenienti soprattutto dai Balcani.
  3. Di fronte a tale evoluzione regna un sentimento d’impotenza generale. Dal momento che tutti si sentono competenti, nessuno lo è veramente. Dato che tutti danno la colpa agli altri, nessuno si assume la responsabilità.
  4. Determinati servizi amministrativi, ma anche certi media e cerchie politiche tentano di negare, mascherare o sdrammatizzare il tema della violenza dei giovani stranieri.

2. Gruppo di lavoro sulla violenza giovanile
La violenza tra i giovani preoccupa molte persone. L’evoluzione della criminalità giovanile allarma i cittadini, soprattutto i genitori e gli altri responsabili dell’educazione. Ciò vale in generale e non soltanto per gli stranieri. Numerosi specialisti e persone direttamente interessate nonché diversi uffici si sono inoltre rivolti al Dipartimento federale di giustizia e polizia. Gli episodi appena menzionati ci hanno indotti a ribadire il nostro intento di dichiarare la lotta alla violenza giovanile il compito prioritario del 2007.

Vi è la necessità di agire. La violenza giovanile è aumentata drasticamente.
Non è aumentata soltanto la dimensione dei reati. Quello che preoccupa è che la violenza ha assunto un carattere più efferato, brutale e spietato: si continua a infierire sulla vittima che già giace a terra inerme. Si acutizza inoltre sempre più il fenomeno della violenza organizzata, alimentato da gruppi e bande che si riuniscono e agiscono spesso ad hoc.

Dal 2000 al 2005 il numero complessivo delle sentenze pronunciate contro giovani per reati violenti è aumentato dell’80 per cento, ovvero è quasi raddoppiato (Statistica svizzera delle sentenze penali minorili 2006, pag. 26 1). L’aumento è notevole soprattutto per determinati reati violenti:

Sentenze penali pronunciate contro giovani secondo il reato, 2000-2005

(Statistica svizzera delle sentenze penali minorili 2006, tabella 14)

 200020012002200320042005
Lesioni semplici265381401466519638
Rapina (Art. 140 CP)209241259322332374
Minaccia (Art. 180 CP)148208218244298317

Essendo risaputo che i dati statistici relativi alle denunce o alle sentenze penali non permettono di risalire al numero dei reati realmente commessi (problematica legata al cosiddetto numero oscuro, ovvero i reati non denunciati), non è possibile definire con certezza l’evoluzione e la dimensione della violenza giovanile.

Il numero oscuro è probabilmente molto elevato: molte volte le vittime infatti, spesso per paura di rappresaglie, non osano ricorrere alle autorità penali.

Alla luce di quanto detto è insensato discutere accanitamente sulle percentuali di crescita dei reati. Sta di fatto che la violenza giovanile ha assunto dimensioni preoccupanti ed è in drammatico aumento.

Sostanzialmente constatiamo che la soglia d’inibizione dei giovani è notevolmente diminuita; essi sono diventati più inclini alla violenza. Una delle cause di tale evoluzione è l’eccessivo consumo di alcool, ma anche l’onnipresente rappresentazione della violenza nella vita quotidiana. E in questo contesto è pertinente anche la questione degli stranieri. Le cifre e le esperienze degli esperti parlano chiaro: la quota di autori di reati immigrati o figli d’immigrati è vistosamente alta. E in particolare, ancora una volta, quella di giovani originari dei Balcani. Questo è quanto dichiarano, all’unanimità, i responsabili.

Sentenze penali pronunciate contro giovani secondo lo statuto di soggiorno, 2005

(Statistica svizzera delle sentenze penali minorili 2006, tabella 12)

 TotaleSvizzeriStranieri
domiciliati
in Svizzera
 NumeroNumero%Numero%
Lesioni semplici63827042,334754,4
Rapina37416143,019852,9
Minaccia31714746,415950,2

Rapportando il numero delle condanne con il numero degli appartenenti alla rispettiva popolazione residente, le differenze si accentuano: il numero di giovani stranieri domiciliati in Svizzera condannati per determinati reati supera largamente quello dei loro coetanei svizzeri (cfr. Statistica svizzera delle sentenze penali minorili 2006, tabella 10). Ma vi sono differenze considerevoli anche tra i giovani di origine straniera.

Nel Cantone di Zurigo, secondo le statistiche più recenti, il 52,6 per cento di tutti i giovani stranieri sospettati di aver commesso un reato contro la vita e l’integrità corporale proviene dai Balcani (Neue Zürcher Zeitung, 9.2.2007. I dati provengono dalla statistica criminale della polizia cantonale di Zurigo).

Fin qui le prime informazioni. Fin qui le prime conclusioni. Fin qui la prima delimitazione del problema.

3. Le solite reazioni

La prima volta in cui ho parlato dei risultati di un gruppo di lavoro che si è occupato del problema, la gente ha reagito secondo il solito schema (e ciò non ci stupisce visto che avviene anche in altri contesti). Taluni minimizzano i dati di fatto o addirittura li negano, per poi arrivare a dire che rispetto all’anno scorso la criminalità giovanile non è affatto aumentata, che dipende semplicemente dal modo in cui vengono rilevati i dati statistici. Interessante: la criminalità si riduce quindi a una mera questione di contabilità.
Altri gridano subito a gran voce: attenzione! Il ministro della giustizia non ha la competenza per trattare questa questione! «Intrusione arbitraria»2 ha intitolato un giornale domenicale un suo commento. La lotta contro la criminalità giovanile spetterebbe ai Cantoni. Il Consiglio federale non potrebbe punto agire contro la violenza giovanile.

Un terzo gruppo di persone cerca di placare gli animi: abbiamo già regolamentato tutto alla perfezione. Disponiamo delle leggi necessarie. Secondo questo gruppo nessuna delle misure proposte costituirebbe una novità. L’allontanamento di giovani criminali noti, ad esempio, verrebbe già praticato.

Continua inoltre ad essere estremamente frequente definire «xenofobo» chiunque indichi l’alto tasso di giovani stranieri autori di reati. Allo stesso modo è stato trascurato per anni il problema degli abusi nel settore dell’asilo. Allo stesso modo sono stati negati tutti i problemi legati agli stranieri. Peggio ancora: la sinistra, i media e i tribunali non hanno esitato a tacciare prepotentemente di xenofobia chi chiamava per nome la criminalità degli stranieri, chi criticava le elevate spese sociali per gli stranieri, chi faceva riferimento all’inclinazione alla violenza della gente proveniente dai Balcani, chi parlava dei grossi problemi nelle scuole frequentate da un elevato numero di stranieri.

L’argomento della criminalità giovanile provoca reazioni simili: taluni dicono che il problema non esiste, talaltri ritengono invece che, sì, il problema esiste, ma che la colpa è degli altri.
Gli uffici dei minori parlano della responsabilità della scuola; la scuola della responsabilità dei genitori; la politica della responsabilità della polizia e la polizia della responsabilità della politica. E qual è il risultato di tanta agitazione? Alla fine non succede assolutamente niente.

4. Riconoscere i problemi e chiamarli per nome

I passi da compiere per risolvere i problemi sono sempre gli stessi: innanzitutto devono essere riconosciuti, poi vanno chiamati per nome.

Cosa possiamo dire dell’aumento della criminalità giovanile? Vi sono le cifre della polizia che confermano tale aumento. Ma il numero oscuro resta relativamente elevato. Da un lato, constatiamo che le vittime, per paura di rappresaglie, spesso non osano far capo alla polizia; dall’altro, che le scuole, in particolare, sono restie a ricorrere al sostegno della polizia.

Cosa possiamo dire dell’origine dei giovani autori di reati? La quota di autori di reato immigrati o figli di immigrati è molto alta.

Si tratta soprattutto di giovani con problemi d’identità che, a loro volta, sono all’origine dell’insicurezza e dei complessi d’inferiorità. Molto spesso l’insicurezza è compensata con la violenza. Se vogliamo risolvere i problemi dobbiamo poterli chiamare per nome, senza venir tacciati di razzismo. Rimuovere i problemi non significa risolverli.

Cosa possiamo dire dei responsabili dell’educazione? Oggi paghiamo il prezzo delle conseguenze tardive dell’educazione antiautoritaria. I bambini vengono abbandonati a sé stessi. I genitori pongono dei limiti spesso troppo tardi, quando i loro figli si trovano già al margine della criminalità. Ma non fraintendetemi: la questione dell’educazione concerne tutti noi: svizzeri e stranieri. Il problema è che nessuno sa chi sia il responsabile dell’educazione. La scuola? I genitori? La «società»? I genitori hanno iniziato a delegare una parte dell’educazione alla scuola, ma questo compito è troppo arduo per gli insegnanti.

Non si può pretendere che la scuola sia la sola responsabile dell’educazione dei giovani. Gli esperti parlano di un vero e proprio «rifiuto di educare» da parte dei genitori. Pur idealizzando la custodia extrafamiliare dei figli, sono comunque i genitori a essere responsabili delle azioni dei loro figli ed essi non possono mancare ai loro obblighi. Come tutti i responsabili dell’educazione, anche i genitori devono rispondere dei reati dei loro figli pagando, ad esempio, un risarcimento o, nel caso di giovani stranieri, pagando il prezzo dell’allontanamento di tutta la famiglia.

È ovvio che nemmeno la scuola può abdicare al suo compito educativo. Gli insegnanti hanno bisogno tuttavia di un sostegno, che spesso manca. In casi particolarmente gravi la scuola deve collaborare con la polizia. Per molto tempo numerosi insegnanti hanno avuto un rapporto conflittuale con la polizia; non tolleravano la presenza di agenti di polizia nelle immediate vicinanze delle scuole. I primi test mostrano tuttavia che la prevenzione della violenza è necessaria anche nelle scuole: i giovani devono essere educati alla convivenza pacifica nelle scuole grazie ad esempio al sostegno di agenti di polizia qualificati, similmente a quanto avviene nell’ambito dell’educazione stradale.

Se durante le ricreazioni vengono commessi reati, la scuola deve chiamare la polizia: la violazione di norme va punita con la dovuta coerenza. Laddove la situazione diventa particolarmente problematica, è sensato prevedere l’intervento regolare di pattuglie di polizia.

5. Che fare?

Da dove dobbiamo cominciare? Il fatto che il perseguimento penale non funzioni sempre in modo efficace rappresenta un problema che non sembra essere riconducibile in prima linea alle leggi, ma all’esecuzione. Le procedure durano troppo a lungo, spesso le sanzioni disposte non sono abbastanza incisive e quindi non hanno l’effetto auspicato, il coordinamento fra le varie attività statali è carente. Le conseguenze sono allarmanti: gli agenti di polizia e altre persone preposte all’esecuzione sono frustrati, poiché constatano che non cambia nulla. Questa situazione paralizza il lavoro, si diffonde il sentimento di rassegnazione, anche tra gli insegnanti.
Un altro dato di fatto è che il flusso d’informazione tra le autorità è scarso; spesso l’una non sa cosa stia facendo l’altra. Gli uffici della migrazione, della naturalizzazione, di polizia, dello stato civile e dell’educazione scolastica devono cooperare meglio fra loro e perseguire obiettivi comuni.

I primi risultati ci portano alle seguenti conclusioni:

  1. I genitori devono essere sostenuti con misure adeguate: da numerosi studi emerge che una della cause della violenza giovanile risiede nei deficit relazionali tra le varie generazioni - in altri termini nelle relazioni disturbate tra i giovani e i loro genitori, gli insegnanti o altre persone di riferimento adulte. Anche lo studio COCON, svolto dal Jacobs Center for productive youth development, ribadisce l’importanza del legame emozionale tra i figli e i genitori e sottolinea quanto quest’ultimo sia determinante per lo sviluppo del sentimento della compassione e del senso di responsabilità dei giovani.
    Va comunque valutata la possibilità di obbligare i genitori ad assumersi una maggiore responsabilità nell’ambito educativo. È ipotizzabile, ad esempio, che i genitori siano maggiormente chiamati a rispondere sul piano civile nel caso in cui avessero omesso di adempiere i loro obblighi educativi basilari.
  2. La cooperazione fra le autorità va rafforzata: ciò vale innanzitutto per le autorità preposte alla migrazione, alla naturalizzazione e per le autorità di polizia. Non è accettabile che esse operino indipendentemente l’una dall’altra senza sapere cosa fanno le altre. È quindi assolutamente necessario un miglior coordinamento.
    La cooperazione tra le scuole e la polizia sembra tuttavia rivestire un ruolo cardine. In questo ambito occorre valutare l’opportunità di sottoporre gli insegnanti all’obbligo di denuncia in caso di reati di una certa gravità. Se durante le ricreazioni vengono commessi reati gravi la polizia ne deve essere informata. Queste misure sono tuttavia efficaci soltanto se gli insegnanti vengono istruiti in modo mirato, se sono sostenuti nella loro missione pedagogica ed educativa e se tali misure vengono applicate assieme a provvedimenti preventivi, d’intervento e repressivi nel quadro del lavoro sociale scolastico.
  3. La prevenzione deve essere rafforzata, soprattutto nelle scuole. Non bisogna limitarsi a introdurre il tema della violenza nell’ambito dell’insegnamento, si potrebbe in particolare anche pensare all’intervento di agenti di polizia esperti secondo il modello dei cosiddetti corsi sulla circolazione stradale.
    Molti provvedimenti preventivi richiedono inoltre la partecipazione attiva delle famiglie. Per questo motivo occorre promuovere gli sforzi tesi a coinvolgere nelle misure di prevenzione anche le famiglie poco istruite di origine e lingua straniere.
  4. Gli sforzi per integrare i giovani stranieri vanno intensificati. Le conoscenze linguistiche, in particolare, devono essere impartite il più presto possibile. Nel caso in cui tuttavia una persona rifiuta categoricamente di integrarsi, è necessario mettere a disposizione provvedimenti efficaci in materia di diritto degli stranieri. E tali provvedimenti devono contemplare anche l’allontanamento.
  5. Le procedure penali devono, nei limiti del possibile, essere accorciate: i giovani devono essere puniti il più presto possibile per i reati commessi. Dalle esperienze fatte nell’ambito del lavoro sociale con i giovani si evince che lassi di tempo troppo lunghi tra il momento in cui è stato commesso il reato e quello in cui viene disposta la sanzione portano a comportamenti problematici. In questo contesto non si tratta di richiedere a ogni costo pene severe. Occorre applicare sanzioni «su misura», adatte all’autore del reato.
  6. Dal 1° gennaio 2007 è in vigore il nuovo diritto penale minorile. Esso prevede un’ampia gamma di sanzioni e la possibilità di comminare pene più severe (privazione della libertà fino a quattro anni: art. 25 DPMin; finora la versione vecchia dell’art. 95 CP prevedeva la carcerazione fino a un anno). Gli ulteriori sviluppi in questo ambito vanno osservati attentamente. Se la nuova legge dovesse rivelarsi inefficace, occorre adottare i relativi adeguamenti il più presto possibile.

    Vogliamo che i criminali e coloro che rifiutano di integrarsi affrontino le conseguenze delle loro azioni. Vogliamo che anche i giovani stranieri che causano problemi siano trattati severamente, al fine di tutelare gli immigrati che nel nostro Paese danno prova di buona volontà, che lavorano, forniscono prestazioni, rispettano la legge e s’identificano con la Svizzera. Vogliamo che la violenza giovanile venga affrontata in quanto deriva della società. E in questa sede siamo tutti chiamati ad agire: svizzeri e stranieri, genitori e scuole, autorità e privati.

1Attualmente non sono disponibili dati più recenti, altrettanto precisi e validi per tutta la Svizzera.
2Titolo originale in tedesco: Eigenmächtige Einmischung, ndt.

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