Federalismo (UFG, 21.05.2008)
Comunicati
L’efficienza del federalismo al vaglio (DFGP, 27.08.2007)
Rapporto sul federalismo: Prosegue la stretta cooperazione tra Confederazione e Cantoni sulla politica europea (DFGP, 18.06.2007)
Dialogo federalista: primi colloqui tra i governi cantonali e il «nuovo» Consiglio federale (DFGP, 12.03.2004)
Discorsi
Comuni autonomi: il coraggio di essere diversi! (DFGP, 10.06.2009)
Efficienza della politica comunale: il ruolo della Confederazione (DFGP, 06.03.2009)
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Federalismo
«Città – specchio dello sviluppo sociale»
Discorso del consigliere federale Christoph Blocher in occasione della Giornata delle città 2005 pronunciato il venerdì 2 settembre 2005 a Winterthur
Discorsi, DFGP, 02.09.2005. Vale il testo parlato
Wintherthur, 02.09.2005. Nel suo discorso tenuto in occasione della «Giornata delle città 2005», il consigliere federale Christoph Blocher ha parlato dell'importanza dei Comuni elogiando l'amore per il proprio Comune in quanto espressione di un rapporto di concorrenza; fatto questo che contraddistingue il nostro Paese. Infatti la concorrenza sprona a migliori prestazioni e a una maggiore produttività. Per quanto riguarda il ruolo dello Stato, il consigliere federale Blocher si batte per un ruolo discreto da parte dello Stato; lo Stato dovrebbe soprattutto non ostacolare lo sviluppo dei cittadini.
gentili Signore, egregi Signori,
non è del tutto normale che io sia qui a parlarvi, perché a ben vedere sto violando la via di servizio. Di fatto i contatti diretti fra Confederazione e Comuni hanno piuttosto carattere eccezionale e, a ragione, non sono ben visti dai Cantoni. La via per arrivare ai Comuni, e alle città che in fondo sono anch’esse dei Comuni, passa per i Cantoni. Come scorciatoia è stata creata la via tripartito: ovvero la Confederazione, i Cantoni e i Comuni discutono insieme un problema.
I. L’importanza dei Comuni
Gottfried Keller scrive all’inizio di uno dei suoi libri più famosi, il «Der Grüne Heinrich», la seguente frase: «Fra le città più belle della Svizzera vi sono principalmente quelle che si affacciano su un lago». Come tutti sanno, non è il caso di Winterthur. E gli abitanti di Winterthur, com’è altrettanto noto, non vogliono che la loro città si affacci su un lago. In occasione di una votazione popolare hanno infatti respinto la creazione di un lago artificiale. Ma Gottfried Keller era appunto un cittadino di Zurigo e amava molto la sua città. Né più, né meno degli abitanti di Winterthur fieri di vivere in una città circondata da sette colli: il Lindberg, il Wolfensberg, il Beerenberg, il Brühlberg, l’Ebnet, l’Eschenberg-Heiligberg e l’Hegiberg-Etzberg. Un abitante di Winterthur mi ha detto: «Certo non abbiamo un lago, ma in compenso non dobbiamo attraversare ogni volta il ponte del Bellevue, per andare dall’altra parte».
Ognuno ritiene che la propria città natale sia la più bella. Tutti noi abbiamo provato una volta o l’altra il sentimento della nostalgia o, come era chiamata all’epoca dei mercenari, «la malattia svizzera». In quanto federalista convinto, dò grande valore ai Comuni e alla loro autonomia. Anche soltanto perché ognuno possa dire che la sua città natale è la più bella.
Che si tratti di introdurre un divieto di circolazione in una strada di quartiere, di approvare o no con un nuovo piano di zona la costruzione di un insediamento, di costruire o no una nuova scuola, le conseguenze nel Comune sono sempre visibili in modo concreto. A causa di tale relazione diretta con i cittadini, i Comuni sono, per dirlo con il motto della Giornata delle Città di quest’anno, «lo specchio dello sviluppo sociale», ma anche degli errori di tale sviluppo, cosa che il motto sottace...
L’amore per il proprio Comune è però anche espressione di un rapporto di concorrenza, fatto questo che contraddistingue il nostro Paese. Infatti la concorrenza – nobile forma di gara – sprona a migliori prestazioni, a una maggiore produttività, a superare sé stessi. In ultima analisi, la concorrenza porta più benessere, più qualità per tutti.
Come deve intervenire lo Stato per far sì che la gente possa mettere radici e come nei confronti dei cittadini impegnati? Un tale intervento è poi veramente necessario?
Non vi sorprenderà se anche in questo ambito mi batto in favore di un ruolo discreto da parte dello Stato: secondo la mia concezione della libertà, lo Stato dovrebbe soprattutto non ostacolare lo sviluppo dei cittadini. Questo fa parte delle più importanti condizioni quadro per la protezione e lo sviluppo dei cittadini.
Il che dovrebbe essere, per le Città e i Comuni che sono confrontati nel modo più intenso e diretto – per così dire faccia a faccia – con i desideri e le richieste della popolazione, la cosa più difficile.
Spesso, infatti, significa dire di no a quanto chiesto o desiderato. Dire di no nei Comuni a numerose richieste nonché a ben intesi impulsi e proposte, provenienti in particolare dalle città.
Che ne è però degli impulsi decisivi per il cambiamento e il miglioramento delle condizioni quadro? Come vanno valutate le riforme regionali e quelle in materia di competenza? Queste ultime sono particolarmente ben illustrate dalla storia di Winterthur.
II. Riforme regionali
Quando la città si estese ai villaggi circostanti – quello d’origine romana di Oberwinterthur sul Lindberg, quello agricolo di Seen, quello industrializzato di Töss, il villaggio urbanizzato di viticoltori di Veltheim sul Gallispiz e quello residenziale Wülflingen alla confluenza dei fiumi Eulach e Töss – tutti questi villaggi si unirono alla città. Così tutta l’area abitativa, già ampiamente unificata sotto il profilo economico, divenne anche un’unità politica che superò le differenze fiscali fra i lavoratori e i contadini delle località periferiche e gli abitanti della città dediti all’industria e al commercio. Nel 1922, l’anno dell’unificazione, il numero degli abitanti della città raddoppiò, passando di colpo da 26 000 a circa 50 000. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il numero degli abitanti salì ancora una volta di quasi il doppio. Fra circa quattro anni, si dovrebbe raggiungere la soglia dei 100 000 abitanti, anche se tale previsione risale a 20 anni or sono. In ogni caso, Winterthur è una delle poche città svizzere che continua a crescere.
Ancor oggi tuttavia ci sono molte città che crescono insieme ai loro villaggi circostanti. Da un punto di vista prettamente amministrativo, la suddivisione del nostro Paese in 2 900 Comuni forse non rispecchia sempre le attuali condizioni di vita. Di primo acchito, verrebbe da pensare che la cosa più sensata sia adeguare i confini storici al corso della storia. Tuttavia le città e i Comuni non sono unicamente delle unità amministrative. Sono soprattutto spazi e comunità di vita, vale a dire entità vitali, per cui l’opposizione ai raggruppa-menti non può essere vista soltanto in modo negativo. Non si può misurare la vitalità di un Comune soltanto sulla base di una migliore utilizzazione delle spese dell’amministrazione comunale.
Di questo hanno dovuto prenderne atto perfino le imprese economiche. Anche se sensate sotto il profilo del risparmio, molte «rettificazioni di confine» (in economia dette fusioni e acquisizioni) non hanno avuto luogo. So cosa state pensando: non tutte le rettificazioni di confine furono respinte per nobili motivi. State pensando che molti politici si guardano bene dal dire le cose come stanno e dal trarne le dovute conseguenze; che non è conveniente parlare di fusione di Comuni e di riforme del territorio, perché vanno inevitabilmente perse possibilità di profilarsi. Invece di due o più, ci sarebbe ancora soltanto un sindaco comunale, soltanto un comandante dei vigili del fuoco. E questo è un aspetto di cui si deve tener conto. Anche se in fondo non dovrebbe essere decisivo per i cittadini. Gli abitanti sono legati al loro Comune perché vi hanno le radici. Forse anche al loro sindaco che soltanto loro hanno eletto. Per questo motivo le fusioni pongono problemi a livello politico e le loro possibilità di riuscita sono incerte. I cittadini sanno inoltre che in caso di fusione dovranno votare su questioni più importanti e che, per quanto riguarda la loro regione, anche altri avranno il diritto di voto.
III. La scoperta dell’agglomerato urbano
Di fronte a tali difficoltà, i politici hanno introdotto un nuovo termine: l’«agglomerato urbano» o – ancora più alla moda – la «regione metropolitana».
Per lo più sostengono che l’agglomerazione urbana è un problema regionale. Si tratta spesso delle regioni più dinamiche del nostro Paese.
IV. L’agglomerato urbano come spazio di vita comune?
La questione diventa un po’ più complessa, quando dei politici vogliono far passare gli agglomerati urbani per spazi di vita comune. Qui mi sembra che si perda completamente la nozione della realtà: o si crede che gli abitanti abbiano un’identità comune o si è convinti che ne svilupperanno una. A mio modo di vedere, una pura utopia! Le differenze all’interno degli agglomerati urbani non possono essere sottovalutate. Nel centro di tali agglomerati abitano persone che aspirano a una vita di città; nella cintura periferica, invece, spesso vivono coloro che vorrebbero sfuggire a una tale vita. Con la nozione di agglomerato urbano tale differenza di aspettative è come se fosse messa da parte.
Ci si comporta come se fra Winterthur e Dättlikon (che fa parte dell’agglomerato di Winterthur) esistessero una popolazione omogenea e un comune modo di concepire la vita. In realtà ci sono unicamente alcuni interessi in comune, per lo più di carattere tecnico e amministrativo!
Di questo occorre tener conto nella cosiddetta politica dell’agglomerazione urbana. Spesso tale politica fallisce perché vi si proiettano troppi sentimenti sociali. Non di rado la cosa diventa problematica, quando a livello di agglomerato urbano si creano nuovi organi che si fondano su presupposti democratici poco stabili. E allora i cittadini diventano diffidenti. Quante volte sono stati magnificati nuovi strumenti di pianificazione e nuove istituzioni che, alla prova dei fatti, si sono rivelati assolutamente inadatti!
V. L’appello alla Confederazione
Proprio dal problema degli agglomerati urbani nasce l’appello per un ruolo forte e di aiuto da parte della Confederazione. Il marchio di qualità della Confederazione dovrebbe conferire agli agglomerati urbani una maggiore attrattiva. L’intento è di promuovere indirettamente gli agglomerati urbani, erogando per esempio sussidi per la circolazione in tali agglomerati. Ma può una politica in materia di agglomerati urbani in cui il carro è messo davanti ai buoi, vale a dire che viene imbrigliata dai contributi federali, avere successo? Gli impulsi non dovrebbero invece venire soprattutto dalle città e dai Comuni e – sussidiariamente – dai Cantoni? La risposta mi sembra ovvia.
Ricordiamoci: la migliore politica in materia di agglomerazione urbana non è quella in cui sono istituiti organi supplementari, ma quella in cui i Comuni e le città, ciascuno secondo la propria responsabilità, lavorano insieme e, se necessario, escono dai limiti della loro natura. Nonostante tutte le possibili complicazioni, i principi democratici devono essere assolutamente rispettati. Ecco perché, nell’interesse dei Comuni e delle città, mi auguro sindaci che sono disposti e idonei alla collaborazione, che hanno grande rispetto delle opinioni altrui e sono capaci di accettarle, che godono di profondo rispetto democratico per riuscire, nelle votazioni, a convincere dei loro progetti la loro popolazione.
Sono convinto che la popolazione accetta le proposte in votazione, se i vantaggi della collaborazione sono presentati in modo semplice e chiaro: collegamenti migliori per il traffico, un’offerta maggiore per quanto riguarda l’istruzione e la cultura, spese più contenute, meno imposte grazie all’unificazione delle prestazioni di servizio e altro ancora, ma tenendo sempre conto delle comunità di vita e delle competenze democratiche dei cittadini.
VI. Il ruolo della Confederazione nella politica degli agglomerati urbani
E la Confederazione? Penso che in nessun caso la Confederazione debba essere l’animatrice della politica in materia di agglomerati urbani, ma che debba tranquillamente lasciare tale ruolo ai Comuni, alle città e ai Cantoni. Proprio nella politica in materia di agglomerati urbani gli impulsi devono venire dal basso. La Confederazione deve rimanere dietro le quinte, pur considerando nella sua politica i desideri dei Comuni. La stessa Costituzione federale lo impone. Il più grande servizio che la Confederazione può rendere alle città e ai Comuni, e di conseguenza agli agglomerati urbani, è di perseguire una politica possibilmente prevedibile. Se non promette quello che non può mantenere e se mantiene quello che promette. Se la Confederazione riduce i suoi debiti in modo che diventino sostenibili e se mantiene le spese e le entrate in un rapporto equilibrato. La Confederazione può fare questo soltanto se promuove la responsabilità propria – appunto anche dei Comuni – , definendo tuttavia in modo chiaro anche le competenze. In tal modo saranno eliminate la dipendenza dalla Confederazione e la spada di Damocle di sempre nuovi giri di vite per ulteriori risparmi. Se la Confederazione, grazie a un’oculata politica delle spese, aumenta tendenzialmente il margine delle entrate dei Comuni e dei Cantoni, anche le città acquistano maggiore libertà d’azione.
I Comuni, eventualmente insieme ai Cantoni, sono allora in larga misura in grado di regolare da soli le loro questioni legate al problema delle agglomerazioni urbane.
VII. Autonomia delle città
La Svizzera è nata dal basso. Cittadini autoresponsabili, città e Comuni autonomi hanno creato Cantoni forti e infine un Paese forte. La Svizzera affonda le sue radici nell’humus dei Comuni e da essi trae la sua forza. Oggi si constata una tendenza fatale: chiedere aiuto dall’alto, ma anche offrire aiuto dall’alto. Di solito questo è nello stesso tempo anche un vendere la disponibilità, le competenze e l’autonomia verso l’alto. Gli sviluppi sono visti come un male, in vece che come opportunità. Sovente aiutare significa pagare. E chi paga, comanda.
Le città e i Comuni sono ben più di una parte degli agglomerati dalla dubbia identità e bisognosi di sussidi. Senza le città e i Comuni, la nostra Svizzera è ben poca cosa. Ma soltanto se le città e i Comuni dispongono di un’autonomia possibilmente elevata e se sanno anche trarne profitto. Anche economicamente! Nestlé non ha la sua sede nella Confederazione, ma a Vevey! La chimica è a Basilea, non nella Confederazione. Rieter e la «Winterthur» hanno la sede a Winterthur. Gli impulsi economici e culturali partono dalle città e dai Comuni. Chi, se non le città e i Comuni, dovrebbe darli? Se le città e i Comuni sono lo specchio dello sviluppo sociale, occorre dare loro più credito.
VIII. Scava dove ti trovi!
In archeologia vale il principio: «scava dove ti trovi»! Riferendolo alla politica, lo si può parafrasare: opera dapprima attorno a te, assumi la responsabilità del tuo settore di compiti! Per i Comuni significa: non disperderti in attività internazionali, in conferenze interculturali, in Internet e in vertici mondiali su una qualsiasi visione utopica. Il successo arride a chi pensa in modo globale, ma agisce a livello locale! Questo vale per l’economia e per la politica. Soltanto chi ha fatto tutti i compiti che doveva fare a casa può, ma soltanto allora, assumere una responsabilità a un livello più elevato. Anche questo, i nostri avi già lo sapevano. Gottfried Keller scrive nel «Der Grüne Heinrich»: chi vuole contribuire a migliorare il mondo, scopi prima davanti al suo uscio. Questo significa però anche: non disperdere le proprie forze, ma concentrarle.
IX. Sussidiarietà e libertà
Concentrare le forze vuol dire che la collaborazione fra la Confederazione, i 26 Cantoni e i 2 900 Comuni deve limitarsi a quanto riguarda veramente tutti i tre livelli insieme. Altrimenti spariscono le responsabilità e il meccanismo federale si blocca. Pertanto la Confederazione non dovrebbe intervenire direttamente sui Comuni. Secondo il mio parere, la Costituzione federale lo chiede a giusto titolo. Le città devono convincere della bontà dei loro progetti e trovare le necessarie maggioranze nel proprio Cantone. Rispettare rigorosamente il principio della sussidiarietà, principio fondamentale nella storia della Svizzera, giova a tutti e tre i livelli statali. L’articolo costituzionale sulle città non sancisce nuove competenze federali, non è una base legale per l’erogazione di sussidi e non è nemmeno un mezzo per scavalcare i Cantoni!
In conclusione
Ve lo dico ancora una volta: come membri dell’esecutivo comunale tenete sempre presente che chi paga comanda. Conservate la libertà e il margine di manovra della vostra città, rendete la vostra città concorrenziale e prospera grazie a condizioni quadro ottimali. Prima dello Stato ci fu la città. Senza città non può esistere nessuno Stato. Una volta si diceva che l’aria della città rende liberi. Fate un bel respiro profondo e sfruttate questa libertà a vostro favore.
