La tradizione umanitaria – un tassello della nostra identità

Parole chiave: Asilo

Discorsi, DFGP, 01.08.2014. Consigliera federale Simonetta Sommaruga. Vale il testo parlato.

Discorso del 1° agosto 2014 a Laupen.

Discorso del 1° agosto 2014 a Laupen: la consigliera federale Simonetta Sommaruga
enlarge_picture Foto: Yves Sommer

 

Cari concittadini, care concittadine,

stasera siamo riuniti in un sito storico: il castello di Laupen – che evoca memorie di guerra, ma anche di alleati giunti in soccorso quando la città era in pericolo.

Aiutare chi è in pericolo è una delle principali tradizioni del nostro Paese e la Festa nazionale offre l’occasione di rievocarla: il Comitato internazionale della croce rossa è stato fondato in Svizzera e le principali convenzioni internazionali a protezione dei rifugiati sono depositati da noi – possiamo andarne fieri.

La tradizione umanitaria – un tassello della nostra identità

La tradizione umanitaria appartiene all’identità del nostro Paese, proprio come la neutralità e l’indipendenza. Oggi, con l’arrivo di persone in fuga dalla guerra, tale tradizione è messa alla prova in particolar modo.

La maggior parte dei profughi di guerra comunque non giunge fino a noi, ma cerca rifugio nei Paesi vicini. Vorrei invitarvi a seguirmi in un viaggio virtuale in Giordania, che ho visitato per lavoro poco tempo fa.

Il viaggio in auto dalla capitale giordana Amman al campo profughi situato al confine con la Siria dura poco meno di due ore: sassi e sabbia ovunque, qualche casetta qua e là, e poi, in mezzo al deserto, tende a vista d’occhio. Il campo profughi di Za’atari – a pochi chilometri del confine siriano – è grande quasi quanto la città di Winterthur e accoglie 90 000 profughi siriani, oltre la metà dei quali, pressappoco 50 000, sono bambini.

Il responsabile del campo mi dice di lavorare con i profughi da oltre 25 anni, ma di non aver mai visto tanti bambini sconvolti e traumatizzati.

Angosce anche nel campo profughi

Scendo dalla macchina, sgomenta. I quasi 40 gradi mi pesano; molto di più mi pesa però il pensiero delle drammatiche condizioni in cui molte di queste persone sono dovute fuggire da casa. Tre settimane è durata la fuga, mi racconta una madre. Avevano a stento da mangiare e i bambini sono quasi morti di sete. Ora vivono in questo campo da oltre un anno e aspettano. Di notte vedono le scie luminose dei missili oltre il confine, sentono il frastuono delle pallottole e pensano alla famiglia: padri, genitori, fratelli rimasti indietro perché troppo vecchi o troppo malati per fuggire o perché restii ad abbandonare la patria senza combattere. Le paure riaffiorano notte dopo notte.

Verso sera arriva un autobus, trasporta oltre cento profughi prelevati al confine, prevalentemente donne con bambini e persone anziane. Sfiniti scendono dal bus, in mano un grande fagotto avvolto in un panno – non resta loro nient’altro. Cerco per un attimo di immedesimarmi nella loro situazione: non ci riesco.

Ho il massimo rispetto per tutti coloro che ogni giorno si occupano dei profughi, offrendo loro rifugio e sicurezza, cercando sopra ogni altra cosa di ridar loro la dignità, trattandoli da pari e non da bisognosi o da dipendenti.

Non abbandonare la Giordania a se stessa

La Giordania, che conta meno abitanti della Svizzera, negli ultimi tre anni ha accolto oltre 600 000 rifugiati siriani. La maggior parte dei profughi non vive nei campi, ma nei villaggi e nelle città. Per garantire la scolarizzazione, i bimbi giordani seguono le lezioni soltanto di mattina, lasciando i pomeriggi a quelli siriani. La penuria idrica in Giordania si è aggravata con l’arrivo dei profughi siriani, lo stesso vale per la scarsità di farmaci negli ospedali giordani.

La comunità internazionale sostiene al meglio la Giordania. Anche la Svizzera ha fatto la sua parte in termini finanziari. Eppure le autorità giordane temono che un giorno la grande solidarietà della loro popolazione venga data per scontata e che la Giordania cada nel dimenticatoio perché l’aiuto internazionale è richiesto altrove. Ovviamente la Giordania non può gestire l’emergenza da sola, né possono farlo il Libano e la Turchia, poiché la regione accoglie quasi tre milioni di profughi siriani.

Pochi quelli che arrivano in Europa

Chi non resta nella regione prosegue la fuga in direzione dell’Europa. In molti tentano la rotta del Mediterraneo. In attesa della traversata restano in Libia, dove non di rado sono rinchiusi in campi sorvegliati dai ribelli subendo spesso gravi violazioni dei diritti umani. Le stime indicano che attualmente sono circa 100 000 i Siriani in Libia.

La rotta del Mediterraneo è molto pericolosa. Migliaia di persone sono annegate. Dopo la sciagura dello scorso autunno, l’Italia ha avviato una propria operazione di soccorso. Fino a metà anno, l’Italia ha tratto in salvo quasi 60 000 profughi. Per questo atto di umanità l’Italia merita la nostra stima.

Nelle ultime settimane sulle coste italiane sono sbarcate – ogni giorno – mille, duemila persone. Siamo sinceri: anche il nostro settore dell’asilo faticherebbe a smaltire cifre del genere.

Facciamo il possibile?

Cari concittadini, care concittadine, vi ho dato un breve scorcio della realtà dei rifugiati siriani. Continuo a rimuginare sulla loro situazione. Non riesco a togliermi dalla mente tutti quei bambini, le donne, gli uomini. Continuo a chiedermi: questa situazione cosa esige da noi, dal nostro Paese con la sua lunga tradizione umanitaria?

Sono contenta che il Consiglio federale abbia deciso di riallacciarsi alla tradizione dei contingenti consentendo al nostro Paese – l’unico in Europa – di accogliere a titolo agevolato oltre 3000 Siriani con famigliari in Svizzera. Eppure resta intatta la domanda: che diranno i nostri figli e i nostri nipoti quando un giorno guarderanno indietro a questi anni? Abbiamo fatto il necessario? Abbiamo fatto il possibile?

Sfide di ordine internazionale ed europeo...

Naturalmente sappiamo che la Svizzera non può assumere da sola questa immensa responsabilità. In collaborazione con altri Stati dobbiamo provvedere a intensificare il supporto offerto ai Paesi limitrofi nelle regioni di crisi – perché sono loro a portare il fardello più pesante.

La solidarietà va però rafforzata anche in Europa: non possiamo permettere che gli Stati dell’Europa meridionale si trovino ad affrontare da soli le enormi sfide legate a questa crisi. La responsabilità spetta a tutti gli Stati europei – e la Svizzera è uno di loro.

… ma anche nazionale

Non dimentichiamo infine le sfide su scala nazionale. Il numero dei richiedenti l’asilo in Svizzera sta aumentando. Occorrono alloggi e una popolazione pronta ad accoglierli.

Non tutti sono d’accordo: la richiesta di praticamente abolire il diritto d’asilo nel nostro Paese è vergognosa – senza contare che contrasta con una delle principali tradizioni del nostro Paese.

E bello vedere che molte città e comuni accolgono i rifugiati con spirito aperto e calore umano.

Care concittadine, cari concittadini, a giusto titolo la solidarietà e la tradizione umanitaria che caratterizzano il nostro Paese ci riempiono di orgoglio.

La tradizione umanitaria non è un concetto astratto, ma significa che aiutiamo chi è in pericolo.

E sono del parere che il 1°agosto è un’ottima occasione per rammentarsene.

vai a inizio pagina Ultimo aggiornamento 01.08.2014