Non si può fare politica negando la realtà

Intervento del consigliere federale Christoph Blocher al forum di Sigriswil

Discorsi, DFGP, 06.10.2005. Vale il testo parlato

Sigriswil (BE), 06.10.2005. In occasione del suo intervento al forum di Sigriswil il consigliere federale Christoph Blocher ha affrontato quattro argomenti: la politica finanziaria della Confederazione, la politica estera, le inadeguatezze di uno Stato sociale sovradimensionato e infine l’UDC e la sua posizione nel paesaggio politico. Interpellato al riguardo da talune domande del pubblico, il consigliere federale Blocher si è inoltre espresso in merito all'estremismo di destra.

Signore e Signori,

I problemi principali che affliggono l’Europa occidentale sono ben noti:

  1. Gli Stati vivono al di sopra dei propri mezzi. Da tempo i prelievi tributari in costante aumento non sono più in grado di coprire le uscite.
  2. Sotto la spinta delle spese statali gonfiate a dismisura, l’onere fiscale è rimbalzato e l’apparato burocratico si è fatto paralizzante nella maggior parte degli Stati europei. La competitività e la crescita economiche ne risultano compromesse, con conseguente aumento della disoccupazione e calo del benessere.

Fin qui l’analisi. Purtroppo la Svizzera non sfugge a questo tipo di problemi. Sorge quindi spontanea la domanda se la Svizzera è in grado di affrontare le sfide che ne derivano. Permettetemi di porre la domanda in altri termini: la Svizzera ha riconosciuto la portata di tali sfide? È importante porsi tale domanda perché un’analisi nuda e cruda della realtà è indispensabile per trovare soluzioni utili. Spesso basta infatti additare il problema senza falsi riguardi e porre le domande giuste per avvicinarsi alla soluzione!

Oggi si tende a eludere le principali domande e a disconoscere i problemi, sebbene in molti siano convinti di essere ben informati. Ma il peggio è che oltre a chi misconosce i problemi, c’è chi ne nega addirittura l’esistenza o capovolge disinvoltamente il quadro della situazione. Alcune cerchie politiche hanno perso ogni senso della realtà, con effetti disastrosi sulle incombenze che ci toccherebbe affrontare.

Intendo illustrare la situazione soffermandomi su quattro argomenti: la politica finanziaria della Confederazione, la politica estera, le inadeguatezze di uno Stato sociale sovradimensionato e infine l’UDC e la sua posizione nel paesaggio politico.

Mito numero uno. Il nostro Paese è in preda a una mania del risparmio – è l’asserzione preferita in assoluto dai politici (di sinistra).

Dalle cifre – e le cifre parlano chiaro – emerge una realtà completamente diversa. La situazione in termini di politica finanziaria è sconfortante. Le spese statali sono in continuo aumento sebbene non si faccia che parlare di risparmi. Eccovi alcune cifre: nonostante tutti i programmi di risparmio (programma di sgravio 03, programma di sgravio 04, piano di rinuncia a determinati compiti, ecc.), le uscite preventivate saliranno del 14,5 per cento nei prossimi quattro anni, pari a una media annuale del 3,4 per cento. Si tratta di un aumento superiore alla crescita economica e al rincaro! Insomma, stiamo vivendo nettamente al di sopra dei nostri mezzi, senza contare che le cifre menzionate non contemplano le ingenti somme contabilizzate a conto patrimoniale. E non si sta delineando alcuna inversione di tendenza. Anzi, le spese preventivate per il 2009 sono quasi raddoppiate rispetto al 1990, e nel 2006 il debito statale si assesterà sui 132,6 miliardi, con un aumento di oltre 25 miliardi tra il 2001 e il 2006. Chi in tale contesto parla di "mania del risparmio" ha perso ogni contatto con la realtà! Le spese crescono nonostante il freno all’indebitamento votato il 2 dicembre 2001, quando l’84,7 per cento dei cittadini si è espresso in favore di conti in equilibrio. Questo mandato costituzionale è disatteso, aggirato e infranto in continuazione.

Noi dobbiamo cambiare rotta finché possiamo farlo in piena sovranità e con le nostre forze. Rendere di più spendendo poco è una grande sfida manageriale, che non si addice certo a chi mira alla facile popolarità. Ai vertici incombono i compiti più difficili. I dirigenti deboli risolvono tutto spendendo di più, ma nel caso della Confederazione si tratta di denaro sottratto all’economia e ai cittadini. Dirigere significa farsi carico degli inconvenienti nell’interesse degli altri. Il grande capo che non lo fa conduce l’impresa alla rovina. Il genitore che educa il figlio senza trovare la forza di imporre anche la rinuncia, gli rende un cattivo servizio.

Vogliamo che la Svizzera poggi su fondamenta finanziarie solide, un obiettivo che presuppone un’economia prospera e concorrenziale. A tal fine i cittadini e le imprese devono poter disporre liberamente del loro denaro. Vanno quindi ridotte sia le tasse e le imposte prelevate dai cittadini sia le spese pubbliche. Soltanto così potranno aumentare gli investimenti privati, i posti di lavoro, i tassi di crescita, i consumi e quindi il benessere per tutti. È un obiettivo che presuppone senso della realtà e coraggio, perché spesso i cambiamenti comportano rinunce. Eppure è l’unico modo per tornare sulla via della crescita.

La Confederazione potrebbe fornire un contributo riorganizzando l’Amministrazione, caratterizzata da troppi doppioni. I Dipartimenti devono dare l’esempio. Tutti i servizi centrali del DFGP sono stati esaminati quanto a compiti e necessità. La riorganizzazione dei servizi centrali si concluderà entro la fine dell’anno e taglierà i costi del 22 per cento senza ridurre le prestazioni – né per i cittadini né per chiunque altro. Ricordo che l’obiettivo principale del programma di legislatura 2003/2007 era di risanare le finanze federali. La decisione fu presa da tutti i membri del Consiglio federale! Il Dipartimento delle finanze è stato incaricato soltanto quest’estate – quindi quasi a metà della legislatura in corso – di esaminare le spese statali per ridurle del 20 per cento. Dovremmo evitare di ripetere gli errori commessi in Germania per poi operare una difficile inversione di rotta. Dobbiamo guardare in faccia la realtà. Di fronte a un debito pubblico complessivo pari a circa 250 miliardi di franchi e a uscite statali in massiccio aumento, chi parla di “mania del risparmio“ dovrebbe assumersi la responsabilità politica.

Mito numero due. La Svizzera pratica una politica d’isolamento.

Da anni c’è chi continua a ripetere che la Svizzera si sta isolando dall’estero. È un’asserzione piuttosto ricorrente nei battibecchi politici. Eppure è veritiera quanto l’affermazione che la Svizzera sia sinonimo soltanto di montagne, cioccolata, Heidi e corni delle alpi.

La politica estera della Svizzera rimane oggetto di controversie transpartitiche che pregiudicano gravemente la politica interna. La retorica bellicosa deplora l’isolamento della Svizzera. È un accusa che può muovere soltanto chi non conosce né l’estero né la Svizzera. Il nostro Paese ha sempre intrattenuto stretti legami economici e culturali con il mondo intero e dà prova di grande apertura se paragonato ad altri Stati. L’Unione europea è un ottimo interlocutore, un interlocutore importante. Tuttavia non è l’unico. Per troppo tempo abbiamo circoscritto le nostre attenzioni al solo spazio europeo. Considerando che attualmente i mercati più dinamici si situano nell’Est asiatico e negli USA, ci conviene orientare la nostra politica anche verso queste regioni.

La politica estera della Svizzera (in particolare la politica europea) è dettata dall’emotività. A questo punto va messo in chiaro quanto segue:

Un partito politico che mette in risalto i pregi della Svizzera adoperandosi per conservarli (che si tratti della democrazia diretta, della sovranità fiscale, del segreto bancario o della sua indipendenza), non agisce affatto in chiave “nazionalista“, ma dà semplicemente prova di un patriottismo più che comprensibile.

Un partito politico che definisce la politica estera innanzitutto come “politica degli interessi” non fa niente di riprovevole, ma piuttosto qualcosa di alquanto naturale. La tutela dei propri interessi è consuetudine di ogni Paese ragionevole (e che abbia successo). Anche l’Unione europea difende i propri interessi, e non si aspetta certo che la Svizzera faccia altrimenti. È giusto quindi che l’UDC si proponga come tenace difensore della politica degli interessi.

Un partito politico che, alla luce di quanto detto, critica gli accordi mal negoziati non è di per se “antieuropeista“. Già ai tempi del mio mandato come consigliere nazionale avevo segnalato i miseri risultati negoziali ottenuti nei Bilaterali I. Per quanto concerne gli accordi in materia di trasporti, ci rendiamo conto che il pedaggio, il limite delle 40 tonnellate o la denuncia dell'accordo aereo con la Germania non sono certo risultati di cui andare fieri. L’UDC deve continuare a mettere il dito nella piaga senza falsi riguardi.

Del resto, anche oggi la neutralità integrale costituisce la migliore strategia di sopravvivenza di cui dispone un piccolo Stato. I nostri avversari ci rinfaccino pure “una concezione storica superata“. La neutralità ci protegge dagli entusiasmi bellici e da prese di posizione precipitose, offrendoci pure un’opportuna protezione nell’epoca del terrorismo. Certo, la neutralità non garantisce la sicurezza totale, ma è un elemento importante che non dovremmo abbandonare con leggerezza. Ecco perché sono orgoglioso che l’UDC perori la neutralità.

Pare inoltre assurdo parlare di “isolamento” considerato che dal 1990 sono arrivate in Svizzera complessivamente 1,3 milioni di persone. Ora, se il mio partito ritiene che le capacità e le disponibilità integrative del nostro Paese stiano per esaurirsi, ciò non è indice di ”xenofobia“ o di “isolazionismo“, ma denota una reale preoccupazione per la coesione del tessuto sociale.

Portati a termine gli accordi bilaterali, per il momento abbiamo risolto tutti gli incarti importanti con l’Unione Europea. Ora l’Amministrazione è all’affannosa ricerca di altri oggetti da negoziare, ma io ritengo che ciò rischia soltanto di indebolire ulteriormente la nostra posizione. Dovremmo mettere in risalto la nostra autonomia, ragion per cui sostengo il celere ritiro della domanda d’adesione. Perché favorisco il ritiro della domanda? Perché la Svizzera deve puntare sulle proprie forze, proprio come farebbe un’impresa. La nostra economia funziona al meglio laddove può offrire prodotti e servizi di altissima qualità. È un principio che dovrebbe guidare i nostri passi anche in politica.

Dobbiamo mettere fine a questa ripresa autonoma e mal ponderata del diritto europeo, che va a detrimento del nostro spazio vitale ed economico. Significa che dobbiamo essere competitivi anche nei confronti dell’Unione europea. Rincorrere, scimmiottare, imitare non ha mai condotto al successo. Vogliamo una legislazione nostra, più adatta al nostro piccolo Stato. Ecco perché abbiamo bisogno di una Svizzera sovrana che sia capace di agire.

Mito numero tre. Non ci sono abusi, né nel settore dell’asilo, né nell’assicurazione invalidità e tanto meno nell’assistenza.

Uno Stato sociale condiviso dalla maggioranza della popolazione va definito in senso stretto. Non è concepibile che siano sempre meno i cittadini che lavorano e pagano gli oneri sociali e fiscali, finendo per sentirsi lo zimbello di turno.

Oggi quasi un franco su tre guadagnati in Svizzera va a finire nello Stato sociale e assistenziale. Tale potenziamento eccede di gran lunga le nostre capacità economiche e pone in bilico l’intero Stato assistenziale: ne è la prova la pessima situazione finanziaria della Confederazione e di molti Cantoni. Il tono di fondo statalista predominante soprattutto negli anni ottanta e novanta, e che del resto non aveva contagiato soltanto i partiti di sinistra, ha fatto della Svizzera un sofisticato Stato fornitore di prestazioni, che illude i cittadini con il miraggio della presa a carico totale a costo zero – mentre anno per anno si finanzia con debiti miliardari e con prelievi fiscali e sociali in crescita perenne.

Esaminiamo da vicino i principali cantieri dello Stato sociale. I costi della salute, da soli, raggiungono oltre 50 miliardi di franchi annui. Quest’anno l’assicurazione invalidità divorerà circa 12 miliardi di franchi. Nelle città il numero di coloro che dipendono dall’assistenza registra tassi di crescita a due cifre.

Il nostro Stato sociale sta per collassare. E a noi non resta che chiederci quanto sia sociale questo nostro Stato sociale. Considero del tutto sbagliato versare prestazioni assistenziali a ragazzi appena ventenni. Chi si abitua allo Stato assistenziale sin da giovane, resterà a carico della collettività per decenni. Il problema va posto in questi termini, per quanto possano suonare drastici. Non possiamo infatti soffermarci sulle vicende individuali, pur tristi che siano. Anche la grande maggioranza che lavora ha un diritto, quello di essere difesa da questa mentalità sempre più pretenziosa. È inconcepibile che un numero crescente di persone pretenda dagli altri il finanziamento dei propri disegni di vita falliti.

Considerando per principio "povero" il dieci per cento di coloro che appartengono agli strati sociali più bassi, ci ritroveremo sempre con una folta schiera di poveri. I gruppi d’interesse stanno abilmente alimentando il numero degli indigenti applicando standard discutibili e legittimando pretese che finiscono per indebolire la coesione sociale. Lo Stato sociale deve aiutare chi ne ha veramente bisogno.

L'assicurazione invalidità evidenzia più di ogni altra istituzione quanto sia problematico il nostro sistema. L’UDC è stata la prima a puntare il dito sull'aumento esponenziale delle rendite AI – e per questo è stata duramente criticata. Ma non importa. Infatti le reazioni suscitate non facevano che confermare l'esattezza di quanto stavamo asserendo. Il numero dei beneficiari di rendite AI è aumentato di colpo a partire dagli anni Novanta, soprattutto nelle fila degli impiegati statali sebbene, come ben sappiamo, non fossero certo esposti alle asperità dell’economia privata. Oggi i beneficiari AI sono oltre 280'000 (mentre nel 1990 erano soltanto 164'000). La crescita maggiore è stata registrata nei settori caratterizzati da quadri clinici poco chiari, vale a dire nell'ambito delle malattie psichiche o dei dolori diffusi. Tuttavia questa crescita non dovrebbe sorprenderci, se consideriamo che ogni dolorino, ogni piccola indisposizione può essere addotta per accedere a una rendita.

Quando si può parlare d'abuso? La definizione più interessante in proposito ci giunge da Beatrice Breitenmoser, già direttrice dell’AI, che ha dichiarato in televisione: "Non può essere considerato abuso il fatto che qualcuno sfrutti abilmente il sistema a proprio vantaggio." Ma a questo punto cosa va considerato come abuso? Chi reinterpreta l'abuso ne diventa complice. Per risanare l’AI non occorrono altri finanziamenti miliardari, ma una ridefinizione del concetto di invalidità e quindi pure la verifica retroattiva delle rendite già assegnate. Non devo certo ricordarvi quale partito politico si batte per questi obiettivi.

Quanto alla sanità, l’UDC si batte per un sistema sanitario sostenibile in termini finanziari lanciando l’iniziativa a favore della riduzione dei premi. Anche in questo ambito siamo chiamati a rispondere a domande scomode. Cosa rientra nell’assicurazione di base e cosa invece no? Dove finiscono le cure mediche di base e dove inizia invece la medicina del benessere, benefica certo, ma i cui costi non vanno scaricati sulla collettività? L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un'agenzia delle Nazioni Unite, non definisce la salute come mera assenza di malattia e invalidità, ma come "stato di completo benessere fisico, psichico e sociale". È una definizione assurda. Conoscete qualcuno che si senta completamente bene sul piano fisico psichico e sociale? Non avvertite un lieve fastidio alla terza vertebra cervicale? Chi vi sta attorno riconosce i vostri meriti? No? Allora siete malati ai sensi dell'OMS – come tutto il resto dell’umanità. Chi definisce la salute in questi termini fa lievitare i costi al punto che l'intero sistema finirà per collassare. È questo quello che vogliamo?

Nelle mie competenze in veste di capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia rientra anche la legislazione in materia di stranieri e di asilo. Spesso mi viene chiesto in che direzione si muove questo settore. La risposta è semplice: si muove nella direzione voluta dalla politica. La domanda da porre invece è: "Che politica in materia di stranieri e di asilo vogliamo?"

La maggior parte di coloro che chiedono l’asilo in Svizzera non sono veri rifugiati. Le persone ammesse a titolo provvisorio e i rifugiati riconosciuti costituiscono soltanto il 24 per cento circa dei casi sfociati in una decisione in materia d'asilo. Il 75 per cento circa di tutte le domande d’asilo sono pertanto infondate o perfino abusive, una situazione cui dovremo porre rimedio!

L'obiettivo principale dell’anno scorso consisteva nel ridurre il numero dei richiedenti privi di motivi d'asilo legittimi. Il nostro lavoro ha dato i primi frutti: infatti dall’anno scorso il numero delle domande d’asilo continua a diminuire, e la tendenza persiste. Nell'anno in corso 6'375 persone hanno presentato una domanda d’asilo in Svizzera (stato: fine agosto), ossia il 39,7 per cento in meno che nello stesso periodo dell’anno precedente. Per la prima volta nella storia dell’asilo, la Svizzera registra cifre inferiori a quelle dei suoi vicini europei; nella media europea, infatti, il numero di domande è calata soltanto del 17 per cento nel medesimo periodo. È quindi lecito considerare efficaci i provvedimenti adottati, in particolare la procedura abbreviata e il blocco dell’aiuto sociale per le persone con una decisione di non entrata nel merito (NEM).

In quale ambito dobbiamo intensificare gli interventi? Il problema principale resta l’esecuzione dell'allontanamento. Numerosi richiedenti respinti (come del resto altre persone con soggiorno illegale) non lasciano la Svizzera. I motivi sono ben noti. La maggior parte dei richiedenti l’asilo cela la propria identità e non presenta alcun documento. Tuttavia, lo Stato di provenienza non è tenuto a riammettere un richiedente respinto la cui identità non possa essere dimostrata. Eppure le persone respinte tenute a tornare in Patria, oltre a un aiuto immediato, percepiscono anche l'aiuto sociale. È pertanto indispensabile estendere il blocco dell’aiuto sociale a tutte le persone del settore dell'asilo toccate da decisioni negative passate in giudicato. Il nostro messaggio rivolto a queste persone dev'essere inequivocabile: dovete andarvene dal nostro Paese, proprio come le persone con una NEM (decisione di non entrata nel merito). È inconcepibile creare favoritismi tra le varie categorie di persone che soggiornano illegalmente in Svizzera. Gli abusi non vanno tollerati, ma quando sono le istituzioni a promuoverli, a difenderli e persino a premiarli, allora la politica deve chiamarsi in gioco. Il nostro partito esercita da anni pressioni in questo ambito, registrando un crescente successo. Basta ricordare per quanto tempo si negava l'evidenza considerando inviolabili o addirittura inesistenti gli abusi nel settore dell’asilo!

Mito numero quattro. La verità sta in mezzo.

Di fronte a uno Stato sociale predisposto agli abusi, alla politica debitoria e all'eccessiva crescita delle uscite, oggi dobbiamo chiederci chi sono i responsabili. La sinistra vuole spendere di più. La sinistra potenzia lo Stato. La sinistra chiede che lo Stato intervenga nella politica, nella società, nella famiglia, nell’economia. In questo modo la sinistra si confeziona su misura un elettorato pagato, segnatamente quello che dipende dallo Stato. Anche la destra, quindi l’UDC, vuole qualcosa dallo Stato, ma confida nell'individuo e rispetta il cittadino. Ecco perché vogliamo soprattutto che questo Stato ci lasci in pace, per quanto possibile. Non chiediamo altro. L'individuo avere la libertà di manovra che gli consenta (e a volta gli imponga) di assumersi le proprie responsabilità. I cittadini e le imprese dovrebbero poter disporre liberamente del proprio denaro giacché la presa a carico totale da parte dello Stato conduce alla rovina. Ne sono un esempio la RDT e in parte anche la Germania unificata.

La sinistra, lo sappiamo, non è la forza maggioritaria nei parlamenti. Eppure negli ultimi 10/15 è riuscita a realizzare con successo i propri obiettivi, grazie al sostegno fornito dai partiti di centro smaniosi di trovare soluzioni. È proprio il centro ad asserire che "la verità sta in mezzo". Ed ecco fornita la prima prova per sfatare il mito. La verità appunto non sta in mezzo, perché altrimenti sarebbe sorprendentemente volubile. Infatti, il centro si sposta a sinistra non appena quest'ultima si dimostra forte. Se invece si rafforza il polo di destra, il centro si sposta a destra. La verità è quindi una bandiera che segue la via dell'opportunismo? Non credo proprio.

Anche l'elettore deve decidere se votare sì oppure no. Votando ni perde il suo voto. Certo, deve ponderare il progetto, considerarne vantaggi e svantaggi, ma alla fine dovrà decidere: sì o no.

L’UDC ha fama di essere un partito che dice di no a tutto e a tutti. È una critica che mi sorprende. Sono nato in un’epoca che disprezzava gli invertebrati incapaci di esprimere disaccordo. Essere d'accordo sempre e comunque è più facile e più comodo e denota un'assoluta mancanza di carattere. L'unica critica da muovere all’UDC potrebbe quindi essere quella di non aver detto no abbastanza spesso.
L’UDC avrebbe forse dovuto dire sì all'indebitamento?

Magari l’UDC dovrebbe dire sì alla legge sull’assicurazione malattia che, come unica frazione, aveva respinto nel 1994?

L’UDC dovrebbe magari tollerare gli abusi nel sistema sociale, nell’assicurazione sociale, nell’assistenza?

L’UDC dovrebbe magari farsi vedere smaniosa di trovare soluzioni, dicendo sì all’introduzione di nuove imposte miliardarie per finanziare i problemi invece di risolverli?

L'UDC non è certo passata all’opposizione per mero piacere o per mettersi in bella luce. Lo ha fatto perché la Svizzera ha intrapreso una strada sbagliata. Dal 1848 al 1990, per ben 142 anni, la Confederazione ha accumulato un debito di 38,5 miliardi di franchi. Nei 15 anni successivi al 1990 il debito è cresciuto di altri 90 miliardi. Non credo proprio che queste cifre vi facciano esclamare: "Sì! Così va bene, continuiamo così".

Più la dipendenza dallo Stato prende piede e più sarà difficile trovare una maggioranza disposta a porre un freno politico a questa follia. Il numero di coloro che cedono alle tentazioni dello Stato sociale è in aumento, anche tra i ceti professionali più elevati, anche ai piani alti della politica e dell’economia. Siamo forse arrivati al punto in cui le persone preferiscono pensare a come farsi mantenere dallo Stato, ossia dalla comunità, piuttosto che dare prova di responsabilità individuale, migliorando la propria vita e quella dei propri familiari e procurandosi da sé beni e servizi? È molto pericoloso penalizzare il successo e il rendimento assoggettandoli a imposte più elevate, per premiare nel contempo l’insuccesso e la pigrizia elargendo aiuti sociali. Purtroppo ci troviamo nel bel mezzo di questo processo rovinoso.

Un solo partito si è opposto, convinto, a tutto ciò, affrontando numerosi inconvenienti: l’UDC. È un lavoro indispensabile e importante.

Negli anni passati l’UDC ha svolto un compito importante, facendo opposizione in merito a molte questioni rilevanti. Ora la nostra posizione in Governo si è rafforzata, per cui dobbiamo far valere le nostre posizioni sul in questa sede. Tuttavia siamo ancora lontani da una politica di centro-destra, come ho appena illustrato con le mie considerazioni di politica finanziaria, estera e sociale. Ecco perché anche un partito di Governo forte e deciso come l’UDC deve ricordarsi di mantenere la rotta.

vai a inizio pagina Ultimo aggiornamento 06.10.2005