"Fattori astratti – realtà concrete"

Discorso della consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf alla giornata dell’industria di Swissmem sul tema "Le materie prime del futuro"

Discorsi, DFGP, 24.06.2010. Consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf. Vale il testo parlato.

Signore e Signori,

Le materie prime costituiscono la base della produzione industriale. Questa tesi della dottrina economica si può senz’altro condividere.

Le materie prime del futuro – qui la questione si fa invece più complicata. Di quali materie prime vogliamo parlare? Quali sono quelle del futuro? E soprattutto: lo sono di per sé o siamo noi dover concedere loro un futuro?

Nei minuti seguenti tenterò volentieri di fornire alcune risposte. Vi sono oltremodo grata di poter contribuire alla giornata odierna di Swissmem, illustrando il punto di vista della politica e del Consiglio federale.

Non parlerò di metalli, che si possono fondere e piegare. E neppure di combustibili, che si possono accendere e bruciare. Metterò l’accento su alcuni fattori astratti: la formazione, le finanze e la stabilità politica ed economica.

Fattori astratti, ma realtà concrete.

Formazione. Si tratta di promuovere le capacità manuali e intellettuali delle persone.

Non si tratta ovviamente, come spesso affermato, dell’unica materia prima della Svizzera, ma sicuramente di una delle più importanti. La formazione è anche l’unica materia prima che possiamo plasmare e sviluppare interamente noi stessi.

Finora lo abbiamo fatto abbastanza bene: in generale possiamo essere soddisfatti del nostro sistema di formazione. Pisa non rileva una situazione precaria. Vi sono tuttavia alcune carenze, per esempio nell’integrazione di giovani stranieri.

Ritengo che vi siano tre punti in cui possiamo migliorare ulteriormente il nostro sistema di formazione.

Primo: per molti versi il nostro sistema di formazione deve tenere conto maggiormente della prassi lavorativa.

Non è assolutamente necessario che una maestra d’asilo o una levatrice sia in possesso di un diploma di maturità liceale.

In questo modo creiamo una situazione in cui invece di vincere, perdono tutti.

Oppure: i piani di studio della formazione professionale tengono sufficientemente conto delle esigenze delle imprese?

Temo di no. Occorrerebbe ad esempio intensificare i contatti tra l’industria e le scuole universitarie professionali. La preparazione alla futura vita professionale andrebbe migliorata e precisata.

E le discipline insegnate? Abbiamo abbastanza ingegneri e tecnici?

No, soprattutto tra le donne.

Spesso svolgono un ruolo importante il prestigio e il riconoscimento sociale. Tuttavia si può attribuire un alto valore non solo alla carriera liceale e universitaria, bensì anche alle professioni che uniscono il lavoro manuale e quello intellettuale. Non contano soltanto le scienze delle lettere e dei paragrafi, ma anche quelle che uniscono spirito e meccanica. È questo il concetto che dobbiamo trasmettere.

A volte sono decisive anche le condizioni di lavoro e quelle finanziarie.

Se molti ingegneri abbandonano la propria professione; se i grandi nomi dell’industria svizzera non sono più considerati tra i più idonei per fare carriera, allora le imprese devono riflettere cosa possono fare di più per i loro collaboratori e la loro regione.

Il secondo punto in cui migliorare il sistema di formazione: l’amato denaro.

Certo, abbiamo uno dei sistemi di formazione più costosi. E come consigliera federale ed ex direttrice cantonale delle finanze so perfettamente che abbiamo un compito politico permanente: risparmiare e abbassare i costi.

Ma è altrettanto chiaro che risparmiare negli investimenti è sempre un’arma a doppio taglio che dovrebbe essere usata soltanto in mancanza di alternative.

La formazione è un investimento; un investimento che a lungo andare produce frutti particolarmente duraturi.

Non si tratta di una costellazione favorevole per la politica, che tende a pianificare a breve termine. Ed anche l’orizzonte a cui guarda l’economia aziendale non è molto largo.

Recentemente l’OCSE ha evidenziato che piccoli miglioramenti nelle qualifiche delle persone hanno ripercussioni notevoli sulla crescita economica.

Sempre secondo l’OCSE una migliore formazione offre vantaggi di gran lunga superiori rispetto a una pianificazione economica a breve termine. Ciò vale in particolare anche per la Svizzera.

Lo Stato, ovvero la Confederazione e i Cantoni, è chiamato a intervenire per finanziare una buona formazione e buoni insegnanti. Attualmente anche questi ultimi, come gli ingegneri, abbandonano spesso troppo precocemente la loro professione.

Il Consiglio federale ha fissato le priorità necessarie: le spese per la formazione e la ricerca sono quelle che hanno fatto registrare la crescita maggiore di tutte le spese della Confederazione.

Ma sono chiamate all’appello anche le imprese. Non è possibile fornire una formazione buona e interessante con sempre meno soldi a disposizione, anzi è più probabile il contrario. Eppure, chi investe oggi raccoglierà domani. Vi ringrazio per ogni posto di apprendista che create.

Il terzo punto di cui tenere conto è che la formazione deve trasmettere anche una morale e un’etica.

La vita economica non equivale a una redditività senza limiti, a bonus esorbitanti e a speculazioni selvagge.

Evidentemente certe persone hanno abbandonato alcuni valori fondamentali. Il danno provocato è notevole: per l’economia reale, ma anche per la sua immagine e la stima nella popolazione.

Questo aspetto ripugnante dell’economia deve sparire per lasciare pasto ai valori veri.

Sono necessari più spirito padronale e più senso di responsabilità nei confronti della società e dell’economia nazionale.

Conosco d’altronde molte imprese e persone di Swissmem che vivono e applicano questi valori in maniera esemplare.

Purtroppo negli ultimi anni il settore finanziario ha lanciato segnali diversi. E arriviamo così alla seconda importante materia prima dell’economia del nostro Paese: le finanze o in altre parole il capitale, la liquidità, la piazza finanziaria svizzera.

Gli ultimi anni lo hanno ricordato in maniera dolorosa: la piazza economica ha bisogno di una piazza finanziaria.

Lo sappiamo, i mercati finanziari traballano. È successo ciò che fino a poco tempo fa sembrava impossibile: le più grandi banche del mondo sono venute a trovarsi in una situazione difficilissima.

Insieme alle banche nazionali, gli Stati – proprio loro, che secondo alcuni esponenti dell’economia dovrebbero essere il più possibile indeboliti – sono riusciti a stabilizzare la situazione.

Per farlo sono stati costretti ad aumentare in modo massiccio il loro indebitamento. Il nostro segreto bancario è stato messo sotto pressione, tutti hanno parlato di frode fiscale e sottrazione d’imposta, di indiani e cavalleria.

Nel frattempo la tempesta è passata e all’orizzonte s’intravede uno spiraglio di luce. Ma continuano a formarsi nuove nuvole (ne parlerò più in là) e sono visibili e percepibili ancora molte tracce della tempesta.

In questa situazione critica il Consiglio federale ha agito. Qual è il bilancio provvisorio del suo operato?

Primo: nel caso UBS il Consiglio federale è intervenuto in modo rapido e deciso insieme alla FINMA e alla Banca nazionale. Siamo riusciti a riequilibrare la situazione dell’UBS e di conseguenza anche il nostro mercato finanziario.

Grazie a un accordo di assistenza amministrativa siamo riusciti altrettanto rapidamente a disinnescare il conflitto con gli Stati Uniti.

Quello che alcuni hanno chiamato un’operazione fulminea e semi clandestina, io la definisco una gestione efficace della crisi.

Se non avessimo agito subito la liquidità della nostra economia e quindi la nostra economia nazionale in generale si sarebbe venuta a trovare in una grave situazione di pericolo.

Ma la storia non è ancora finita. In situazioni di crisi gli istituti finanziari con un bilancio notevolmente superiore al nostro prodotto interno lordo costituiscono un fattore a rischio. Occorre quindi aggiungere altri capitoli.

Il Consiglio federale ha istituito una commissione di esperti incaricandola di affrontare il problema del cosiddetto «too big to fail» (troppo grande per fallire). Quasi esattamente due mesi fa la commissione ha presentato un rapporto intermedio sostanziale. Le misure, per ora soltanto abbozzate, riguardano i fondi, la liquidità, la ripartizione dei rischi e l’organizzazione.

La presentazione del rapporto finale è prevista per quest’autunno e costituirà il punto di partenza per le procedure di consultazione e di legislazione.

In altre parole, la regolamentazione del mercato finanziarie è un cantiere aperto. Occorre discutere anche la questione dell’imposizione – ad esempio dei bonus o delle transazioni finanziarie.

Questo cantiere non è certamente il luogo adatto per scaramucce e lotte in trincea dettate dalla politica di partito. I problemi sono troppo complessi e importanti per essere risolti in quattro e quattr’otto.

Dopo il primo passo – l’approvazione da parte del Parlamento dell’accordo con gli Stati Uniti sull’UBS – si tratta ora di preparare il secondo passo e affrontare le cause del pasticcio in cui ci ha condotto l’UBS. Discipliniamo tutto il possibile e l’impossibile e nel contempo abbiamo difficoltà a regolamentare anche solo in modo lieve i mercati finanziari in modo da evitare un’altra crisi economica. Da anni ci occupiamo dei problemi e delle questioni attinenti senza sforzarci veramente e giungere a una regolamentazione. Siamo coscienti – ma lo siamo veramente? – che negli ultimi anni certe attività di determinati operatori economici hanno messo a repentaglio le basi della nostra società. È d’obbligo sottoporre a una regolamentazione più severa le banche rilevanti per il sistema. L’obiettivo è quello di ridurre gli elevati rischi per l’economia nazionale, dovuti al fatto che tali banche non possono essere lasciate cadere perché svolgono una funzione fondamentale per l’economia. Occorre proporre anche misure contro gli eccessi salariali nel settore finanziario. Si tratta in primo luogo di decidere una giusta imposizione fiscale delle retribuzioni variabili.

Un secondo punto del bilancio intermedio: il Consiglio federale e il Parlamento hanno reagito in modo rapido ed equilibrato alla crisi congiunturale.

Infatti, la crisi finanziaria si è ben presto trasformata in una forte crisi congiunturale, anche per la piazza economica svizzera.

Abbiamo avviato due piani di stabilizzazione e creato agevolazioni nell’ambito della disoccupazione a breve termine.

La Banca nazionale ha rifornito l’economia nazionale di mezzi liquidi sufficienti – senza commettere errori nel difficile equilibrio tra deflazione e inflazione. Le banche, almeno questa è la mia impressione, hanno continuato a mettere a disposizione crediti.

Rispetto ad altri Paesi il nostro debito pubblico è cresciuto in modo relativamente esiguo.

Il 2008 e il 2009 sono stati due anni difficili, ma sembra che il peggio sia passato, sempreché le nuove nuvole citate in precedenza non si facciano troppo scure.

Terzo punto del bilancio intermedio: la materia prima del capitale e delle finanze ha assunto più che mai dimensioni internazionali.

Il Consiglio federale ha chiarito che non intende rifornire la nostra piazza finanziaria con denaro estero sottratto alle imposte.

Tale atteggiamento si fonda sulla convinzione che l’interpretazione finora vigente del segreto bancario non è più sostenibile. In un mondo globale l’impressione che uno Stato voglia arricchirsi a spese degli altri è insopportabile. In un mondo globale è necessaria anche una certa solidarietà.

Il Consiglio federale ha stabilito una nuova strategia per i mercati finanziari internazionali.

Ha rapidamente negoziato quasi due decine di convenzioni sulla doppia imposizione trasmettendole al Parlamento.

Il Consiglio federale continuerà a lottare per garantire alla Svizzera un ruolo adeguato nella politica finanziaria internazionale, di modo che il nostro Paese possa farvi sentire la sua voce.

Parliamoci chiaro: i problemi delle piazze finanziarie globali si ripercuotono immediatamente sulla nostra piazza finanziaria e quindi sulla nostra piazza economica, creando una situazione di emergenza.

Come già detto, il capitale, la liquidità e le finanze costituiscono la base per la produzione. Sono una materia prima vitale per il nostro Paese.

Per contro, il relativo mercato è internazionale.

Non siamo impotenti di fronte a questa dimensione internazionale, ma non abbiamo la possibilità di recitarvi la prima voce o addirittura di farla da padrone. Dobbiamo pensare e agire in maniera ancora più marcata in un’ottica internazionale.

Non c’è due senza tre. La terza materia prima di cui intendo parlare è la stabilità politica ed economica.

Per stabilità non intendo stagnazione o stasi. La vedo piuttosto come l’opposto di un movimento altalenante e sbandante.

Stabilità significa prevedibilità; un fattore essenziale per l’economia. Anche questa materia prima possiamo, almeno in parte, formarla e svilupparla noi stessi.

Un primo esempio anch’esso di dimensione internazionale è la crisi finanziaria della Grecia e l’indebolimento dell’euro. Si tratta delle nuvole scure a cui ho accennato più volte.

In brevissimo tempo l’economia europea, anzi quella globale, è stata totalmente scossa dagli avvenimenti.

Le borse sono sprofondate come un sasso nell’acqua. Speculatori senza scrupoli – anche qui – hanno probabilmente accelerato la caduta.

Gli sforzi per ricreare stabilità sono stati e sono enormi. Insieme alla Banca europea per gli investimenti, a maggio i ministri delle finanze dell’UE hanno messo a disposizione, praticamente da un giorno all’altro, 750 miliardi di euro per la stabilizzazione dell’euro.

La Banca nazionale svizzera è intervenuta più volte per impedire una rivalutazione troppo forte del franco svizzero. Se necessario proseguirà questa politica di stabilizzazione, anche con l’obiettivo di impedire che un franco troppo forte pregiudichi la leggera ripresa dell’industria esportatrice svizzera.

Tuttavia la crisi europea d’indebitamento potrebbe creare problemi per l’economia svizzera. Debiti pubblici straripanti di diversi Stati hanno creato grande incertezza. A lungo termine gli sforzi di risparmio intendono contribuire a rafforzare l’economia. A breve termine, tuttavia, rallenteranno la crescita.

Il forte franco da un lato e l’euro debole e la crisi d’indebitamento di alcuni Stati europei dall’altra hanno indotto gli specialisti del Politecnico federale di Zurigo ad abbassare notevolmente dal 2,2 all’ 1,6 per cento le loro previsioni di crescita dell’economia svizzera per l’anno prossimo.

Ma nonostante la notevole importanza dell’euro – che per anni è stato sinonimo di stabilità e prevedibilità, anche per la Svizzera – non dimentichiamoci di due cose.

Primo: accanto all’euro esiste anche il dollaro statunitense la cui evoluzione recente è stata favorevole all’industria d’esportazione svizzera.

Secondo: le valute e i tassi di cambio non sono gli unici fattori importanti per l’esportazione. È decisiva anche la congiuntura, ad esempio sul mercato asiatico. E anche in questo caso gli auspici sono favorevoli.

Desidero citare un secondo esempio per l’importanza della stabilità politica, passando a tutt’altro argomento che riguarda direttamente le persone: la migrazione e la libera circolazione delle persone.

Sono convinta che anche in questo ambito la Svizzera negli ultimi anni ha fissato le giuste priorità, garantendo stabilità.

Con l’accordo con l’UE sulla libera circolazione delle persone abbiamo innanzitutto puntato sull’Europa, aprendole le nostre frontiere.

Grazie all’accordo la nostra economia ha potuto assumere lavoratori urgentemente necessari. Inoltre le persone assunte provengono dallo spazio culturale europeo e quindi la loro integrazione e la convivenza ne risulta agevolata.

Nella votazione del febbraio 2009 il popolo svizzero ha chiaramente respinto il tentativo di ridestabilizzare questo sistema.

In secondo luogo, ossia oltre all’accordo sulla libera circolazione con l’UE, per le persone provenienti da Stati terzi, ovvero dalle regioni al di fuori dell’UE, applichiamo una politica restrittiva fondata sulla legge sugli stranieri.

Certo, spesso le imprese che fanno parte di Swissmem vorrebbero assumere più specialisti e tecnici provenienti da Stati terzi.

E spesso è difficilmente comprensibile il fatto che persone provenienti da Stati terzi che frequentano le nostre università non possano successivamente essere integrate nel nostro mercato del lavoro.

Ma qui sorge un conflitto tra due obiettivi: se vogliamo limitare il numero degli stranieri provenienti da Paesi terzi – come ce lo impone la volontà e il mandato politici – allora abbiamo le mani legate.

Alla fine di aprile il Consiglio federale ha perlomeno potuto liberare altri 5500 contingenti per la seconda metà del 2010. Il numero totale dei contingenti equivale così a quello del 2009.

In terzo luogo, ossia oltre all’accordo sulla libera circolazione con l’UE e la regolamentazione per gli Stati terzi, abbiamo una politica prevedibile in materia di rifugiati e di asilo.

È una politica restrittiva per le persone che vogliono entrare nel nostro mercato del lavoro per motivi economici. Infatti, nonostante tutta la buona volontà, non possiamo sopperire a tutte le situazioni di miseria.

È tuttavia una politica aperta se si tratta di persone la cui vita e integrità fisica è messa a repentaglio e che ci chiedono asilo e sicurezza.

Questa politica in materia di stranieri e migrazione con i tre elementi menzionati è ben consolidata. Ha trovato l’equilibrio tra le necessità dell’economia, le dimensioni limitate del nostro Paese e la nostra tradizione umanitaria.

Atti di destabilizzazione di questa politica, come ad esempio i tentativi di fomentare sentimenti anti tedeschi o altri sentimenti negativi, non sono nell’interesse dell’economia svizzera e sono anche espressione di cattivo gusto e mancanza di rispetto. A questo tipo di comportamenti in questi giorni si mostra giustamente il cartellino rosso.

Arrivo alla fine e riassumo le conclusioni in cinque punti:

Primo: investiamo nella formazione. In una formazione ancora più vicina alla prassi e alle imprese. Dobbiamo anche trasmettere e vivere dei valori. Ne raccoglieremo sicuramente i frutti, ma soltanto se ci impegniamo a fondo.

Secondo: la piazza finanziaria e quella economica sono vasi comunicanti. Dobbiamo raggiungere la massima stabilità e ridurre al minimo i rischi. Nonostante la burrasca, la Confederazione, la FINMA e la Banca nazionale hanno tenuto la nave in rotta e l’orizzonte si sta schiarendo.

Terzo: il tempo non è ancora stabile. Le sfide dei prossimi anni sono: UBS e «too big to fail», segreto bancario e mercati finanziari, franco ed euro. E la partite si svolgono solo parzialmente in casa. Dobbiamo essere maggiormente presenti fuori casa, ossia a livello internazionale.

Quarto: la nostra politica in materia di stranieri, migrazione e mercato del lavoro è prevedibile e chiara. Con la libera circolazione delle persone abbiamo giocato la carta europea, una carta che si è rivelata vincente. Non facciamoci sedurre da esperimenti o da giocatori che barano; il gioco è troppo serio e importante.

Quinto: formazione, liquidità, finanze e stabilità politica ed economica: sono queste le materie prime del futuro. Materie prime astratte, ma realtà concrete per la piazza economica svizzera. Se in futuro agiremo in modo appropriato la nostra economia figurerà tra i vincitori.

vai a inizio pagina Ultimo aggiornamento 24.06.2010