"È probabile che quest'estate non si andrà in vacanze all'estero"

Intervista, 2 maggio 2020, Corriere del Ticino; Fabio Lo Verso, Giovanni Galli

Corriere del Ticino: "La consigliera federale Karin Keller-Sutter, a capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia, passa in rassegna gli allentamenti delle restrizioni e apre ai ricongiungimenti familiari. Ma per le ferie estive non intravede al momento un ritorno alla normalità."

Signora Keller-Sutter, in Ticino sono emerse perplessità per il ritmo delle riaperture deciso dal Consiglio federale. Non si sta correndo un po’ troppo?
La riapertura dovrà procedere nel rispetto delle misure impartite dall’Ufficio federale della sanità pubblica e delle regole d’igiene e di distanza sociale. Incomberà ad ogni cittadino la responsabilità di fare in modo che questa fase si svolga nel migliore dei modi. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo, ritrovare una certa normalità.

Dal 4 maggio tre valichi ticinesi saranno riaperti al traffico. Con il ritorno di alcune categorie di frontalieri, come si prevede di ridurre i tempi di attesa?
Premetto che il mio dipartimento non è competente per la dogana e che il livello operativo e l’organizzazione del lavoro sul terreno competono all’Amministrazione federale delle dogane, che dipende dal Dipartimento delle finanze. Ma per ridurre i tempi di attesa, discutendo nei giorni scorsi con i miei omologhi dei Paesi limitrofi, Germania, Austria, Francia e Italia, si è deciso di concentrarci sulle green lanes, ovvero sui varchi preferenziali, per sveltire i flussi e permettere ai frontalieri, il cui numero aumenterà in funzione della ripresa della attività, di poter arrivare al lavoro in tempi ragionevoli, e di tornare a casa la sera in tempi altrettanto accettabili.

In che misura, allentando le prime restrizioni in entrata, si tiene conto della situazione epidemiologica delle regioni confinanti?
Continuiamo a sorvegliare con attenzione l’evoluzione in Svizzera e all’estero. Ma non dimentichiamo che i frontalieri potevano comunque già entrare in Ticino durante il lockdown parziale. Poi soltanto chi ha mantenuto il proprio impiego, in buona sostanza il personale sanitario, ha attraversato i valichi di frontiera verso il nostro Paese. Va da sé che dal 4 maggio potranno varcare il confine soltanto i frontalieri collegati con le attività economiche e commerciali autorizzate. E i controlli rimangono comunque in vigore.

L’UDC ha definito irresponsabile la decisione di allentare le condizioni di entrata per i frontalieri in Svizzera, anche per questioni legate al mercato del lavoro. Come replica?
Come avrebbero potuto i cantoni di frontiera far fronte alla pandemia senza il personale frontaliero del settore sanitario? In Svizzera lavorano più di 33.000 frontalieri nel settore della sanità. Solo in Ticino, sono in 4.200. Gli ospedali ticinesi sarebbero andati in tilt senza questi operatori provenienti dall’Italia. È vitale che tutti continuino a poter esercitare il loro mestiere nel settore ospedaliero svizzero. Così come è fondamentale adesso per l’economia svizzera che il resto del personale frontaliero contribuisca a far ripartire il Paese. Osservando i fatti si vede che l’accordo bilaterale di Schengen non è stato di alcun ostacolo alla nostra decisione di chiudere le frontiere. Decisione che la Svizzera potrà prendere anche in futuro per far fronte a emergenze che vanno oltre la dimensione sanitaria. In caso di attacco terroristico, per esempio, chiuderemmo le frontiere per acciuffare i colpevoli. Di fronte alla pandemia le abbiamo chiuse per non far entrare il virus.

Lei ritiene che questo clima di incertezza e di fragilità economica possa influire sulla votazione del 27 settembre sull’iniziativa per la limitazione?
Durante la crisi, gli svizzeri hanno secondo me capito quanto sia importante il valore della libera circolazione, la libertà di poter rivedere amici e parenti oltre frontiera, di poter viaggiare liberamente. Occorre anche tenere a mente che l’iniziativa non punta soltanto a mettere un termine alla libera circolazione, ma anche all’insieme degli accordi bilaterali con l’Unione europea. Ora è impensabile chiudere la via bilaterale in questa fase critica per l’economia. La Svizzera è in recessione ed ha bisogno degli scambi bilaterali per risalire la china. Non è il momento di prendere decisioni che aggraverebbero una situazione già così critica per il Paese. Sono convinta che gli svizzeri hanno colto la gravità della situazione e che saranno sensibili a questi argomenti.

Dall’11 maggio sarà possibile il ricongiungimento familiare in Svizzera per i cittadini elvetici e dell’UE. In concreto chi potrà e chi non potrà ancora rivedere i propri cari?
Proprio questa settimana sono state decise nuove agevolazioni per il ricongiungimen-to familiare, come precisato da lei. Fin qui, i coniugi e i partner di unioni registrata possono ricongiungersi. Come donna liberale, la libertà di movimento è molto importante per me, e capisco il desiderio dei concubini di rivedersi. Se hanno figli insieme, o in caso di malattia, è già oggi possibile. Ma un’apertura più ampia non è possibile al momento, poiché ne conseguirebbe un aumento della mobilità. E per le guardie di frontiera sarebbe molto complicato verificare se due persone sono effettivamente conviventi. La nostra pratica è paragonabile a quella dei nostri vicini, anche se alcuni Paesi limitrofi sono ancora più severi.

Non è ancora chiaro se la Svizzera sarà aperta ai turisti stranieri quest’estate. Pensa che sia possibile trovare un accordo con gli stati limitrofi?
In questa crisi è molto difficile fare delle previsioni. Le cose possono cambiare in maniera inattesa. Resta che al giorno d’oggi, i turisti stranieri probabilmente non potranno venire a godersi le bellezze del nostro Paese, né potremo, noi svizzeri, andare all’estero per le vacanze.

Quindi per gli svizzeri che vorrebbero trascorrere le ferie estive in un paese dell’Unione, o andare al mare, in Italia, non ci sarebbe quest’anno la possibilità di farlo?
Sono in contatto con i miei omologhi europei e, in questa fase, non ho alcuna indicazione concreta che siano pronti ad accoglierci quest’estate. Tutti usano toni molto diplomatici, dicono che non vedono l’ora di accoglierci di nuovo in Italia, o in Francia. Ma restano molto prudenti. Sussiste una reticenza generale in Europa. Ma la situazione può evolvere. Non precludiamo nessun esito. In ogni caso si dovrà puntare all’equilibrio.

Cosa intende per "puntare all’equilibrio"?
Con il mio collega Horst Seehofer, ministro tedesco degli interni, discutevo giorni fa proprio di questo punto cardinale. Se gli allentamenti non sono coordinati, si rischia di generare una mobilità eccessiva verso uno stato, con effetti negativi. Per far capire questo fenomeno, faccio un attimo ritorno in Svizzera, dove non si poteva immaginare che i negozi aprissero nel canton Vaud e non a Ginevra, due regioni che presentano più o meno la stessa configurazione pandemica. Se avessimo preso una tale decisione, avremmo provocato un esodo verso Vaud, e con esso un’impennata dei rischi di contagio nel cantone.

Si manterrà dunque l’appello a trascorrere le vacanze nel proprio Paese?
Per quanto mi riguarda la mia decisione è presa, in estate verrò in Ticino con mio marito. Volevo andarci per le festività pasquali, ma ho dovuto rinunciare a causa della pandemia. Ho già prenotato, ci resterò una dozzina di giorni. Gli svizzeri potranno approfittare delle bellezze del nostro Paese, sostenendo così le regioni turistiche.

Sono previste aperture con i Paesi terzi?
Le prime aperture si faranno con i Paesi limitrofi, poi con gli altri stati europei. I Paesi extracomunitari seguiranno. Da quanto mi è parso di capire i viaggi intercontinentali non riprenderanno completamente prima dell’anno prossimo. Si procederà dunque come una specie di cascata, dal più vicino al più lontano.

Come è stata gestita in queste settimane di lockdown la questione dell’asilo?
Durante la crisi pandemica abbiamo mantenuto le procedure di asilo, contrariamente ad altri Paesi che le hanno invece sospese. Lo abbiamo fatto per non allungare troppo i tempi, e per evitare di ritrovarci al termine della crisi con casi ancora in sospeso, aumentando le sofferenze dei diretti interessati. Abbiamo anche mantenuto certi rinvii, sono ad esempio previsti dei voli speciali a maggio. Nei centri di accoglienza il tasso di occupazione è oggi di circa il 50%. Se si considerano le misure di distanza sociale, vuol dire che la piena capacità è di fatto raggiunta. Non è dunque vero, come si è a volte preteso, che la Svizzera potrebbe accogliere altri richiedenti asilo.

Immaginiamo e speriamo che non ci sarà una recrudescenza dei contagi, cosa avverrà dopo l’8 giugno?
L’8 giugno è una tappa, non l’ultima. Il Consiglio federale ne ha fissata un’altra prima della pausa estiva, cioè a fine giugno. Cosa avverrà in seguito? Dipende dalla responsabilità dei cittadini. Siamo coscienti dell’esigenza di mantenere la disciplina e di continuare a rispettare le regole di igiene e di distanza sociale. Spetterà alla popolazione gestire la fase finale, e prendere le precauzioni necessarie per evitare il ritorno del virus.

Ultima modifica 02.05.2020

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