Da Parigi a Davos

La presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga. Vale il testo parlato.
Discorso della presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga per l’inaugurazione del World Economic Forum 2015 a Davos (Foto: WEF, Michael Buholzer)
Discorso della presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga per l’inaugurazione del World Economic Forum 2015 a Davos (Foto: WEF, Michael Buholzer)

 

Signore e Signori,

Molti di noi si sono già incontrati la settimana scorsa in un Paese confinante con la Svizzera, in occasione di un raduno che non era previsto. L’attentato alla redazione di Charlie Hebdo è stato un attentato all’idea di una società libera. La gente in Francia come ha reagito all’attentato? Con la più grande manifestazione svoltasi nel Paese dal 1944. Milioni di persone sono scese in piazza e il loro messaggio è stato chiaro:

Siamo qui, siamo uniti e diciamo quello che pensiamo.

Questa dimostrazione di unità mi ha fortemente impressionato. Non solo il fatto che così tanta gente sia scesa in piazza, ma anche il modo in cui lo hanno fatto: pacatamente e pacificamente. Nessun tipo di aggressività. La gente nelle strade sapeva che non era il momento dell’odio. La marcia di Parigi è stata una dimostrazione per la libertà e per i nostri valori universali; una dimostrazione della dignità umana.

Oggi esprimiamo ancora una volta la nostra solidarietà al popolo francese. E ringraziamo il presidente francese François Hollande, per la sua reazione decisa e altresì umana ai tragici eventi. Portiamo lo spirito di Parigi qui a Davos, dove i nostri colloqui ruotano soprattutto attorno a questioni economiche.

Signore e Signori, quest’anno il World Economic Forum si svolge all’insegna del "New Global Context". Se dovessi riassumere tale contesto globale in una parola direi che quello in cui viviamo è un contesto agitato. E non penso solo alle attuali regioni di guerra o di crisi. Penso anche agli Stati europei, che in confronto sono relativamente benestanti. Ovviamente in Europa i problemi non mancano, ma storicamente la gente in Europa non ha quasi mai vissuto in modo così agiato come oggi. Eppure in numerosi Stati salgono alla ribalta partiti nazionalisti e populisti, critici nei confronti della globalizzazione, contrari all’immigrazione e fomentatori di scetticismo verso l’UE. E la cosa più strana e inquietante è che questi partiti raccolgono consensi anche in Stati con un tasso di disoccupazione basso e una congiuntura favorevole. Com’è possibile?

La risposta a questa domanda è complessa. Complessivamente la globalizzazione ha certamente aumentato il benessere e ridotto la povertà. Ma non ovunque. Inoltre, per molte persone la globalizzazione è un fattore di insicurezza. Anche nei Paesi benestanti sempre più persone hanno l’impressione di poter sopravvivere soltanto se fanno prova di efficienza, rapidità, mobilità, flessibilità e produttività sempre maggiori.

Stiamo forse creando un’economia in cui sopravvive solo chi è in grado di dare sempre il massimo sotto una pressione permanente? Questi timori non sono del tutto campati in aria. La pressione competitiva aumenta anche per le economie altamente sviluppate, poiché sono sempre più numerosi i Paesi che, pur continuando a pagare salari bassi, offrono un lavoro altamente qualificato. Questo significa che anche le economie di punta possono restare tali soltanto se sono pronte ad adeguare continuamente le proprie strutture. I cambiamenti strutturali non sono di per sé un male, ma occorre guardare in faccia la realtà.

Ogni cambiamento strutturale crea dei perdenti. E questo, Signore e Signori, non possiamo accettarlo. Ripeto, le conseguenze della globalizzazione sono molteplici e pertanto dobbiamo parlare di entrambe le facce della medaglia. Il tentativo di rimuovere o mascherare gli effetti indesiderati rischia di farli riaffiorare più tardi, con impeto raddoppiato.

Sono convinta che uno dei motivi del successo dei partiti nazionalisti e conservatori in Europa sia il senso d’insicurezza causato dalla globalizzazione. Tali partiti evocano la sovranità della nazione e una patria familiare, ben ordinata e sicura. Ma noi sappiamo che si tratta del vagheggiamento di un passato che non è mai esistito. Anche nella storia europea non dobbiamo andare molto indietro per scoprire grande povertà, miseria e guerre.

Eppure sarebbe un tragico errore ignorare il senso d’insicurezza di tante persone. Molti cittadini non sono più in grado di indentificarsi con un’economia di cui non riescono nemmeno più a comprendere le dimensioni. Molti si chiedono:

  • come si spostano i rapporti di potere se, come succede oggi, la cifra d’affari di parecchie imprese globali supera il prodotto nazionale lordo di molti Stati?
  • come reagiamo di fronte al fatto che oggi le azioni non cambiano più proprietario dopo un paio di anni o decenni, ma in media dopo 22 secondi?
  • quale tipo di sicurezza e quali valori ci trasmettono gli istituti finanziari che devono pagare multe miliardarie perché non rispettano il diritto in vigore?

Signore e Signori, chi dà una risposta a queste domande dei cittadini? Per troppo tempo molti dirigenti del mondo economico hanno declinato la responsabilità di rispondere a queste domane. Abbiamo bisogno di imprenditori che desiderano realizzare un guadagno, ma non solo.

  • Abbiamo bisogno di imprenditori che offrono un futuro alla gente.
  • Abbiamo bisogno di datori di lavoro che fissano degli standard non solo in termini di redditività ma anche di cultura aziendale.
  • Abbiamo bisogni, ad esempio, di multinazionali nel settore delle materie prime che si oppongono a qualsiasi tipo di lavoro forzato o sfruttamento e che riconoscono diritti quali la libertà di riunione dei lavoratori.

 

Signore e Signori, anche la politica deve assumersi le proprie responsabilità, creando e imponendo le condizioni quadro necessarie, ossia: rispetto dello Stato di diritto, certezza del diritto (p. es. nessuna corruzione), tutela dei diritti umani ed equità sociale. Questi sono elementi fondamentali di un sistema economico e sociale sano. La politica deve introdurli e imporli laddove non sono ancora sanciti e deve proteggerli e difenderli laddove sono già applicati. A tal fine sono necessari tenacia, valori chiari e forza di carattere. In politica la credibilità è il massimo dei valori.

Che nella marcia di Parigi politici di tutto il mondo abbiano difeso la libertà d’espressione è stato un gesto importante. Ma più importante ancora è difendere i diritti umani anche nel proprio Paese, pure in assenza di telecamere. Anche a Davos dobbiamo parlare dei giornalisti che in troppe parti del mondo vengono arrestati o puniti con la frusta soltanto perché dicono e scrivono quello che pensano.

Signore e Signori, gli attentati di Parigi hanno suscitato domande in molti di noi; domande esistenziali che, forse, non ci eravamo più poste da molto tempo. Cosa ci caratterizza? Quali sono i valori che riteniamo così importanti da considerarli universali? In cosa consiste la nostra dignità? Poniamocele anche qui, queste domande, qui al World Economic Forum di Davos.

 

Ultima modifica 21.01.2015

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