I problemi primari della Svizzera e le loro soluzioni

Vale il testo parlato

Signore e Signori,

I problemi primari degli Stati europei sono comunemente identificati come segue.

  1. Gli Stati vivono al di sopra dei loro mezzi.
  2. Le uscite eccessive degli Stati europei compromettono fortemente la loro competitività e, di conseguenza, la loro crescita economica.
  3. La criminalità transfrontaliera e il terrorismo internazionale mettono a repentaglio la sicurezza degli Stati.

I. Scarsa percezione del problema

Purtroppo la Svizzera non sfugge a tali problemi. Viene quindi da chiedersi: la Svizzera è in grado di affrontare tali sfide? Prima di rispondere, mi permetto di porvi un'altra domanda: la Svizzera ha riconosciuto la portata di tali sfide? È importante porsi tale domanda perché un'analisi nuda e cruda della realtà è indispensabile per trovare soluzioni utili. Basta infatti additare il problema senza falsi riguardi e porre le domande giuste per avere bell'e pronta oltre la metà della soluzione!

Constato che vi è una tendenza a schivare le domande più importanti e a disconoscere il problema, sebbene in molti siano convinti di essere ben informati. Certo, si allude al problema - anche troppo - ma si rifugge dallo studiarlo a fondo. Sarebbe meno grave sottacere il problema, perlomeno non se ne ricaverebbe la fallace impressione che stia per essere risolto. I politici sono da sempre specializzati in questo tipo di attivismo a scopo sedativo, ormai molto diffuso anche nella società, nell'economia e soprattutto nei media.

II. Dallo Stato responsabilizzante a quello assistenziale

Individuiamo i problemi e non rifuggiamo dall'approfondirli. Se una volta la Svizzera era considerata uno Stato esemplare, munito di una forte dose di responsabilità individuale, nel frattempo anch'essa si è trasformata in uno Stato assistenziale. Il mio giudizio può apparire esagerato, ma più siedo nel Consiglio federale, più documenti ho a disposizione, più la diagnosi si aggrava.

Nel dopoguerra il nostro Paese ha subito una metamorfosi, mutando da Stato responsabilizzante in Stato assistenziale. La forte crescita economica ha alimentato la chimera delle possibilità illimitate. Sin dagli anni settanta è stato un continuo istituire e ampliare di assicurazioni sociali a colpi di nuove prestazioni che di lì a poco avrebbero fatto lievitare a dismisura i costi. Basti pensare all'AI, all'assicurazione malattia, ma anche alle varie revisioni dell'AVS. Soltanto oggi gli effetti di questo rapido potenziamento si manifestano in tutta la loro gravità.

Oggi tale potenziamento utopistico, che eccede di gran lunga le nostre capacità economiche, pone in bilico tutto lo Stato assistenziale: ne è la prova la pessima situazione finanziaria della Confederazione e di molti Cantoni. Il tono di fondo statalista, che regnava soprattutto negli anni ottanta e novanta e del resto non aveva contagiato soltanto i partiti di sinistra, ha fatto della Svizzera un sofisticato Stato fornitore di prestazioni, che illude i cittadini con il miraggio della presa a carico totale a costo zero. Per finanziare la strisciante nazionalizzazione, è stato necessario contrarre nuovi debiti di enorme entità: se nel 1990 l'indebitamento della Confederazione raggiungeva i 38,5 miliardi di franchi, nel 2003 erano già 123,7.

E ci stiamo avvicinando alla soglia dei 150 miliardi, benché già nel 2001 tutti i Cantoni e l'85 per cento della popolazione abbiano approvato il freno all'indebitamento!

È incredibile come oggi si accetti di buon grado la crescente pressione fiscale che negli anni elettorali 1999 e 2003 aveva perlomeno sortito aspre controversie. Sorprendono la noncuranza e l'impassibile ignoranza con cui si sopportano sviluppi del genere.

  • I deficit miliardari accumulati anno dopo anno e che non accennano a diminuire? Accettati come fossero la quinta stagione.
  • Da tempo i crediti supplementari, i sorpassi di spesa e le pianificazioni non rispettate sono all'ordine del giorno.
  • La reazione all'aumento record delle rendite AI è un'alzata di spalle.
  • Il costo miliardario delle nostre relazioni con l'estero è sottratto a ogni discussione a suon di slogan tipo "apertura", "giustizia" e "solidarietà internazionale".
  • L'impennata delle uscite prevista nei prossimi anni è in gran parte negata. C'è chi mette in giro la favoletta che lo Stato stia risparmiando, che stia riducendo le uscite, che stia stringendo la cinghia. Altri parlano di risparmi disastrosi e di smantellamento dello Stato. Ma io vi chiedo seriamente: dov'è che sta risparmiando questo Stato? Sta forse riducendo le uscite rispetto agli anni precedenti? Qualcuno ha fatto circolare la voce che la Confederazione stia riducendo le uscite. E tutti giù a spappagallare. E a scopiazzare. Guardiamo in faccia la verità nuda e cruda: nei prossimi anni è preventivata una crescita delle uscite pari al 10 per cento. A dispetto di tutti i programmi di sgravio. Non c'è stata e non c'è riduzione delle uscite statali. Certo, si può provare a scongiurare ogni sforzo e ogni provvedimento deplorando a titolo preventivo le conseguenze di una misura inesistente. Che le cerchie politiche interessate adoperino tale tattica fa parte della routine politica e non è molto grave. Quando però il rifiuto di accettare la realtà contagia le classi dirigenti - ed è quel che sta accadendo - le decisioni sbagliate e la rovina sono inevitabili.

Da cosa nasce questa noncuranza, questo rifiuto di accettare la realtà? Prendere atto dei problemi è un compito fastidioso e ingrato perché costringe ad agire. È più comodo far finta di niente. La politica dello struzzo potrebbe però essere dovuta anche ad altro che a un mero fatto di comodità. Che siano sempre di più coloro che cedono alle tentazioni dello Stato assistenziale? Anche negli strati professionali più elevati, ai piani alti della politica e dell'economia? Siamo forse arrivati al punto in cui le persone preferiscono pensare a come farsi mantenere dallo Stato, ossia dalla comunità, piuttosto che dare prova di responsabilità individuale, migliorando la propria vita e quella dei propri familiari e procurandosi da sé beni e servizi? È molto pericoloso penalizzare il successo e il rendimento assoggettandoli a imposte più elevate, per premiare nel contempo l'insuccesso e la pigrizia elargendo aiuti sociali.

III. Il mio giudizio in veste di Consigliere federale e imprenditore

Signore e Signori, da quasi dieci mesi vesto i panni di Consigliere federale. Esagererei se sostenessi che in questo periodo il Consiglio federale non ha fatto altro che ridurre le uscite e rafforzare la competitività. Certo, abbiamo parlato di ridurre i costi, limitandoci però a correggere verso il basso i preventivi attuali. Il Consiglio federale ha dato prova di coerenza inserendo il risanamento delle finanze federali come problema primario nel programma di legislatura. Eppure non è in vista una riduzione tangibile delle uscite. Anzi, abbiamo sì ridotto alcune spese, ma solo per aumentarne altre e decretare nuove imposte ed entrate. Le grandi decisioni vanno ancora affrontate!

Che idea mi sono fatto io, ex imprenditore, dell'Amministrazione federale? Mi spaventa la scarsa attenzione riservata ai costi. Non esiste alcun calcolo dei costi, né sono quantificati i prezzi delle prestazioni fornite dall'Amministrazione. Chi indaga riceve risposte standard, anche nelle più alte sfere, il cui tenore abituale è: "Alla Confederazione non si tiene conto di ammortamenti e interessi. Non si calcolano le spese per il personale, tanto la gente ormai c'è!" È ovvio che in tal modo è impossibile ridurre i costi in modo mirato. Sto parlando di ridurre i costi senza tagliare le prestazioni. Quando ero imprenditore sapevo che negli anni d'oro del dopoguerra esistevano ditte che concepivano i costi in modo simile.

Queste ditte sono fallite o - se erano fortunate - sono state riprese da terzi. È questo l'avvenire del nostro Stato?

Spero che con l'ambita riforma dell'Amministrazione, da poco avviata, vengano presto realizzati progetti quali il calcolo dei costi, il tedioso diritto in materia di personale federale (in sostanza l'ultima revisione ha abolito i doveri legati allo statuto di funzionario, mantenendone però in larga misura i diritti) e la gestione dei costi. Riservare ai costi la dovuta attenzione è indispensabile per la sopravvivenza della Svizzera perché ci costringe a guardare in faccia la realtà. Sono inoltre convinto che occorra elaborare un voluminoso pacchetto di rinuncia a determinati compiti e determinate spese. Credo che in questo punto lo Stato debba agire sul modello delle imprese commerciali. Non è certo un'impresa piacevole. Non possiamo fare a meno di chiamare col loro nome gli argomenti tabù e di analizzarli.

IV. Concorrenza e crescita anemiche

Lo stesso vale per la fievole competitività: le tasse e le imposte, la densità normativa imposta dallo Stato e i provvedimenti burocratici costituiscono l'ostacolo primario per il progresso economico. Per l'imprenditore, tasse, imposte ed emolumenti sono costi, nient'altro che costi. Un livello elevato dei costi equivale a uno svantaggio competitivo nei confronti della concorrenza. Chi non vuole credere alle mie parole di esperto sul campo e preferisce toni più accademici, consulti gli ultimi studi del World Economic Forum (NZZ, 14.10.2004). Secondo tale studio la piazza economica svizzera è penalizzata soprattutto dalla politica finanziaria scialacquona e dai disavanzi pubblici che ne derivano. Vi renderete conto che chiunque abbia a cuore la piazza economica deve agire su questo fronte.

Lo studio rivela pure i fattori che l'economia svizzera ritiene di particolare intralcio e disagio:
"amministrazione inefficiente, accesso insufficiente alle possibilità di finanziamento, disposizioni restrittive in materia di mercato del lavoro, prescrizioni fiscali e onere fiscale." Ecco i settori che richiedono una svolta decisa.

V. Qual è la posizione dell'economia?

Negli ultimi anni il mondo politico non ha fatto progressi nella politica finanziaria ed economica. Ma qual è la posizione dell'economia? In una democrazia diretta la voce dell'economia nelle questioni di politica finanziaria ed economica è decisiva. Ma dov'è questa voce? Da parte mia, in quanto Consigliere federale, non ho l'impressione che l'economia mi metta alle strette per costringermi a darmi da fare. Tanto meno mi sento incalzato dalle associazioni economiche. L'idea di una buona politica regolamentare, fondamento principale di una piazza economica funzionante, sembra essere caduta nel dimenticatoio. Anzi, la condotta delle associazioni responsabili è in netto contrasto con il disappunto dei loro membri. Queste associazioni economiche producono splendidi e prolissi opuscoli, ricchi di illustrazioni colorate, che predicano l'equilibrio della politica in materia di entrate e di uscite. Tuttavia, appena si va al sodo, tutte queste belle parole vanno in fumo. Ho pure l'impressione che, dopo la sconfitta subita nella votazione sul pacchetto fiscale e l'AVS, l'economia abbia perso il coraggio di battersi per i propri interessi. Alla Svizzera non serve un'economia che preferisce scendere a patti con il Parlamento, il Consiglio federale e i media al fine di ottenere maggioranze sicure per le nuove avventure di politica finanziaria e l'esoso attivismo di politica estera. Invece di esibirsi nei media scandalistici di sinistra per condannare lo stile delle campagne di votazione, i funzionari delle associazioni economiche farebbero meglio ad adoperarsi per una forte piazza economica svizzera. Il vostro mandato primario è di provvedere a una buona politica economica.

Penso sia urgente che le imprese non si limitino a deplorare la carente politica regolamentare all'origine di imposte troppo elevate e di oneri sociali in continua ascesa, ma che comincino finalmente ad attuare una politica finanziaria ed economica credibile, soprattutto in termini reali e nel loro piccolo. Dovreste dare a noi Consiglieri federali una dimostrazione continua di buona politica economica. In quanto rappresentanti dell'economia, dovreste sottoporre i vostri problemi a Palazzo federale. Noi a Palazzo lavoriamo in un laboratorio protetto. Veniamo a conoscenza della lotta quotidiana per la sopravvivenza, della concorrenza gravante su economia e industria soltanto attraverso le statistiche, i rapporti e i media. Voi lavorate a contatto più stretto con la realtà.

È anche in quest'ottica che dovete consigliare i partiti, anzi credo che dovreste addirittura guidarli nella politica economica. Magari vi prenderanno per profeti nel deserto. Tuttavia, senza questi profeti nel deserto, presto la Svizzera sarà un deserto senza profeti! I partiti possono fare a meno degli "amici" legati in qualche modo al mondo economico e ansiosi di veder accolte le proprie richieste particolari in politica. Ai partiti, ai governi e ai parlamenti servono ammonitori e voci che parlano a favore di tutta l'economia per il benessere del Paese e del popolo. È così che nascono le buone decisioni di politica economica.

VI. Stato sociale e indebitamento

Signore e Signori, esiste una stretta correlazione tra conti statali e crescita economica. Chi vuole attaccare alla radice i problemi esistenti, deve scavare in profondità e chiamare le cose col loro nome. Facciamolo in due, tre settori sottaciuti particolarmente a lungo.

A tale proposito occorre rilevare che la crescita esponenziale della quota delle spese sociali è imputabile in primo luogo al potenziamento della previdenza per la vecchiaia, all'aumento dei beneficiari della rendita d'invalidità e alla nuova legge sull'assicurazione contro le malattie.

Nel 1950, appena introdotta l'AVS, le spese sociali in Svizzera ammontavano a 1,5 miliardi di franchi. Fino al 1990 - prima che entrasse in vigore la nuova legge sull'assicurazione contro le malattie - le spese sociali erano salite a 63,2 miliardi di franchi. Ma il peggio doveva ancora arrivare: dodici anni più tardi, nel 2002, le spese erano raddoppiate raggiungendo ben 123 miliardi di franchi. La quota delle spese sociali in relazione al reddito nazionale (prodotto interno lordo) è passata da 19,3 (nel 1990) a 28,8 (nel 2002). Questi sono tassi di crescita che superano di gran lunga quelli conseguiti dall'economia, rincaro incluso. Alla luce di tali cifre, chiunque parli di "smantellamento dello stato sociale" ha perso ogni senso della realtà.

Tra le assicurazioni sociali oggi è soprattutto l'AI a gravare sulle finanze federali. Mi rallegro che i problemi legati all'AI siano infine discussi in un contesto più ampio, come pura dai media. È un buon inizio. Cominciamo dai fatti: se nel 1990 i beneficiari della rendita d'invalidità erano circa 160 000, nel 2003 erano oltre 280 000. Non sono aumentati soltanto in termini assoluti, ma anche in proporzione alla popolazione attiva, rispetto alla quale il loro tasso è più che raddoppiato dal 1990. Un uomo 64enne su cinque percepisce una rendita d'invalidità. Questo sviluppo allarmante si ripercuote anche sulla voce delle spese; infatti nel 1990 gli Svizzeri spendevano circa 4 miliardi di franchi per l'assicurazione invalidità, mentre oggi i miliardi sono circa 11 all'anno.

Dalla composizione della popolazione invalida si evince che sempre più spesso la rendita d'invalidità è concessa per motivi psichici (40 per cento dei nuovi beneficiari). Una miriade di nuovi quadri clinici funge da espediente poco confutabile per accedere all'invalidità. Vi cito soltanto qualche esempio: fobia sociale, dipendenza da Internet, colesterolemia elevata, obesità, menopausa, reumatismi extra articolari, sindrome da intestino irritabile, disturbi del sonno, costipazione, sindrome da burnout, iperattività, ipersudorazione, sindrome da sradicamento, depressione psicosociale, tinnitus (acufene) o carenza vitaminica. Considerata tale vasta gamma di patologie, ogni cittadino diventa un potenziale nuovo beneficiario. Ognuno di voi può certamente fare valere uno di questi sintomi.

Oggi le difficoltà a livello personale o sociale si trasformano in problemi clinici. I differenti temperamenti umani si trasformano in patologie. Un'impresa chimica ha escogitato una sindrome ispirata all'imperatrice d'Austria Sissi.

A sentire la ditta, i pazienti colpiti soffrono di una forte depressione, ma mascherano la loro malattia conducendo una vita particolarmente attiva e ottimista. In Germania si stima a tre milioni il numero delle persone affette dalla "sindrome di Sissi". Tre milioni di persone patologicamente felici da sottoporre senza indugio a una terapia dai costi elevati.

Altrettanto elevato è il numero di beneficiari AI che lamentano dolori alla testa o alla schiena o le conseguenze di un colpo di frusta. Salta all'occhio pure il numero particolarmente elevato di impiegati del settore pubblico dichiarati anzitempo inabili al lavoro.

Signore e Signori,
sono argomenti spiacevoli, ma bisogna parlarne.

Purtroppo anche il mondo politico ha la sua parte di persone che rappresentano interessi particolari traendo vantaggio da tali problemi, dall'enorme business sociale, e che fanno il possibile affinché le entrate fiscali miliardarie continuino a fluire e a disperdersi nelle loro tasche.

VII. La politica in materia di stranieri

Un altro argomento poco popolare che va affrontato e risolto in questo contesto, è il problema degli stranieri. Per spiegare la difficile situazione in cui versano le opere sociali si adducono soprattutto i movimenti demografici. Molti credono che una prassi liberale in materia di immigrazione renda più propizia la struttura demografica garantendo addirittura le nostre opere sociali.

Un esame più approfondito mostra invece che la politica in materia di stranieri si scosta sempre più dagli interessi economici della Svizzera. La quota della popolazione straniera attiva è diminuita rispetto agli anni settanta. Dal 1990 la percentuale delle persone attive tra la popolazione immigrata è scesa dal 53,4 al 30,2 per cento. Questo calo è anche riconducibile alla composizione della popolazione immigrata, fortemente mutata negli ultimi anni.

Da molto tempo ormai la Svizzera, a motivo di numerose leggi e accordi (ricongiungimento familiare, matrimonio, immigrazione legata alla concessione dell'asilo), non è più in grado di determinare, nemmeno in modo approssimativo, la qualità della sua immigrazione. È inoltre straordinariamente alto il numero degli immigrati che non possono provvedere a sé stessi. Ecco come un numero sproporzionato di stranieri finisce nella rete sociale (assistenza, invalidità, disoccupazione) nonostante gli enormi sforzi integrativi intrapresi. Oggi circa il 40 per cento dei disoccupati è di cittadinanza straniera. Due quinti circa dei nuovi beneficiari AI sono stranieri. Una rendita su sette è versata all'estero. Il 40 per cento delle prestazioni assistenziali del Cantone di Zurigo è percepito da cittadini stranieri. Zurigo è il Cantone che dispone delle statistiche più accurate. La situazione è drammatica anche nel settore della formazione. Un buon terzo delle spese per la scuola pubblica del Cantone è riconducibile a misure pedagogiche speciali - non da ultimo per l'integrazione di bambini stranieri. La situazione formativa degli adolescenti provenienti dalla Turchia e dall'Ex Jugoslavia è particolarmente scoraggiante; infatti soltanto il 15 per cento assolve un apprendistato professionale, in genere di scarso livello formativo. Il 67 per cento resta senza una formazione (Tages-Anzeiger, 8.8.2002). Eppure negli ultimi anni sono spariti circa 200 000 posti di lavoro destinati a persone poco qualificate. La conseguenza logica si chiama disoccupazione.

Giunge a un risultato analogo uno studio sull'immigrazione in Germania. Secondo l'istituto Ifo di Monaco, ogni anno lo Stato elargisce a un immigrato medio residente in Germania da meno di dieci anni 2 400 euro in più di quanto non riceva indietro sotto forma di tasse e imposte. Applicando tale cifra a una famiglia composta di cinque persone, la somma trasferita nel corso di dieci anni è di 120 000 euro. Gli immigrati dovrebbero vivere in Germania oltre 25 anni per rendere allo Stato più di quanto abbiano percepito. Purtroppo l'80 per cento degli immigrati torna in patria (o muore) prima (NZZ, 8.7.2004).

Signori e Signore, come potete vedere è spiacevole toccare questi tasti. Ma se non lo facciamo, non risolveremo i problemi primari. Additare il problema "stranieri" o "asilo" non fa certo chic, ma come possiamo correggere gli errori se non possiamo nemmeno parlarne in pubblico?

VIII. Sicurezza

Il compito più importante di uno Stato è la sicurezza dei cittadini. Per quanto riguarda la lotta alla criminalità, la situazione purtroppo non è delle migliori. Le sfide sono enormi.

  • Il terrorismo è la nuova forma di lotta impiegata nei conflitti globali. I terroristi non sono semplici individui colti da una furia omicida, ma combattenti impiegati in modo mirato al servizio, nel caso specifico, dell'Islam contro l'Occidente. In tale contesto la neutralità ha assunto una nuova grande importanza per la Svizzera, e purtroppo non tutti i politici se ne sono ancora resi conto. Nella lotta al terrorismo, uno schieramento inutile a favore di uno Stato, quant'anche fosse incontestato, indebolisce la nostra posizione nei confronti del terrorismo. Infatti chi si lascia coinvolgere diventa anche un bersaglio. Confondere desiderio e realtà produce effetti particolarmente deleteri nella politica di sicurezza.
  • Oltre alle incognite sul piano internazionale, anche la sicurezza interna richiede la massima attenzione. Da anni ormai i Cantoni si lamentano del numero insufficiente di agenti di polizia.

La situazione è destinata a peggiorare quando, in seguito all'adesione a Schengen, saranno aboliti i controlli alla frontiera e le persone sospette dovranno essere rintracciate e controllate all'interno del Paese.

  • In quest'ottica, la prevista adesione a Schengen pone le nostre misure di sicurezza di fronte a grandi sfide. Occorrerà aumentare il personale per mantenere lo standard attuale.

IX. A favore di uno Stato liberale

Come risolvere tutti questi problemi? A mio modo di vedere, l'unico modo per non riuscire a risolvere un problema è rifiutarsi di ammetterlo. È già molto se riconosciamo il problema, lo chiamiamo col suo nome e spianiamo la strada alla responsabilità individuale. La chiave per risolvere il problema si chiama appunto "responsabilità individuale". Ricordate che potenziare lo Stato significa limitare il singolo. Purtroppo negli ultimi anni gli statalisti hanno avuto la meglio.

Il risultato è uno Stato che regola e definisce tutto. Da tempo il nostro Stato non si limita più ad aiutare le persone emarginate e in stato di bisogno particolarmente deboli. Sotto questo pretesto è diventato uno Stato dedito ai trasferimenti e mirante a ridistribuire la proprietà privata a una comunità di beneficiari ben organizzati. Chi vuole garantire a lungo termine la nostra socialità, deve per forza porre fine a tale situazione.

La proprietà privata, la libertà e la responsabilità individuale dei cittadini presuppongono un limite all'accumulo di potere nella società e quindi un limite all'attività dello Stato. È quanto sostiene Erich Weede nel suo "Mensch, Markt und Staat" (p. 51). Ciò però significa pure combattere la centralizzazione; più sono infatti le piccole strutture federalistiche, più sono anche le libertà del cittadino - non importa che poi si tratti soltanto della libertà di cambiare Comune a motivo dell'aliquota fiscale. Il federalismo garantisce la competizione tra le unità politiche e permette di creare una qualità di vita massima con mezzi fiscali minimi. La bella parola "armonizzazione" in realtà altro non è che un sinonimo di livellamento, centralizzazione, meno autodeterminazione e libertà, più norme e costrizioni. La moda della centralizzazione non risolve i problemi, li produce.

La Svizzera non deve indebolire il suo federalismo, garante di concorrenza, ma rafforzarlo. Tale lavoro non può essere fatto che sul piano cantonale e comunale e presuppone una scarsa interferenza statale sul piano nazionale. Occorre invece un'ampia autonomia cantonale e comunale in materia finanziaria e fiscale. Ne consegue che è impossibile garantire condizioni di vita uguali per tutti. Chi rincorre quest'illusione a detrimento del federalismo e della concorrenza, pregiudica il benessere, restringe inutilmente le libertà individuali e fiacca la responsabilità individuale.

Signore e Signori,
la Svizzera è in grado di affrontare tali grandi sfide? Purtroppo non posso dare una risposta affermativa a questa domanda. Per farlo occorrono la denuncia inflessibile dei problemi e la volontà di affrontare tali compiti. Ecco a cosa dobbiamo lavorare. Fate la vostra parte perché gli abusi non vengano passati sotto silenzio.

Il successo della Svizzera si basa sul modello di uno Stato moderato con un'economia libera e prospera. Non esiste alcun motivo valido per voltare le spalle a questo modello!

Ultima modifica 25.10.2004

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