"Il Ticino e l’Unione europea: autonomia, sovranità fiscale e sicurezza"

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Locarno. In occasione della manifestazione elettorale dell’UDC Ticino, il consigliere federale Christoph Blocher ha ricordato il massiccio «no» ticinese nelle votazioni di politica estera, augurandosi che gli altri Svizzeri emulino lo spirito di resistenza e la volontà di indipendenza dei Ticinesi. Auspica poi una migliore cooperazione tra i servizi di migrazione, di naturalizzazione e di polizia nell'affrontare la criminalità giovanile.

1. Indemini – un modello da emulare

Presumo che voi tutti conosciate il Comune di Indemini, sito di fronte a Locarno, sulla riva opposta del Verbano. Da qui però non si vede perché è nascosto dietro un dosso in fondo alla Valle Veddasca, proprio al confine con l’Italia. Cos’ha di tanto speciale Indemini? Ebbene, questo paesino è protagonista di un’interessante vicenda storica. La situazione topografica collocherebbe Indemini sul territorio della vicina Penisola, dal momento che si situa oltre un colle in una valle altrimenti tutta italiana. È vi è in effetti stato un tempo in cui le autorità volevano "sbarazzarsene", barattandolo con Campione d’Italia, enclave italiana sul territorio svizzero.

Di primo acchito questo scambio può apparire alquanto ragionevole. Tuttavia, è frutto di un ragionamento teorico e astratto, tipico dei tecnocrati, che nulla comprendono della Storia e degli uomini. Ad ogni modo, le poche centinaia di abitanti di Indemini si opposero e riuscirono a sfuggire al baratto. Lottarono per restare in Ticino, e oggi festeggiano con noi la Festa nazionale del Primo agosto. Qual è il "succo" di questa piccola vicenda? In primo luogo, vediamo quanto sia importante che gli uomini restino padroni del proprio destino. Inoltre possiamo constatare che, quando i Ticinesi hanno facoltà di decidere, optano sempre per l’indipendenza e quindi per la Svizzera neutrale, federalista e fondata sulla democrazia diretta. È un fatto che ogni volta mi riempie con orgoglio e soddisfazione.

2. Schierati con l’UDC

Nella politica estera il Ticino si schiera puntualmente con l’UDC e contro il resto della Svizzera latina: SEE, accordi bilaterali, interventi militari all’estero, ONU, adesione all’Unione europea, Schengen, libera circolazione delle persone – ciascuno di questi oggetti è stato respinto a larghissima maggioranza. Come vorrei che gli altri Svizzeri emulassero lo spirito di resistenza e la volontà di indipendenza dei Ticinesi!

Eppure viene da chiedersi: perché il Ticino tiene tanto alla propria indipendenza? Ancora una volta i nostri tecnocrati, abbagliati dal miraggio dell’Unione europea, dimostrano di non avere memoria storica. Per troppo tempo questo Cantone è stato in balia di potenze straniere, compresi gli antichi Confederati. Senza contare che il Ticino si trova, per così dire, in triplice minoranza: Cantone svizzero di lingua italiana confrontato con lo strapotere linguistico e culturale della vicina Italia, minoranza latina in uno Stato a maggioranza alemanna, e gruppo minoritario italofono in seno alla minoranza francofona del Paese.

3. La forza del federalismo

Chi, come il Ticino, vive una condizione minoritaria del genere non riduce il federalismo a una mera astrazione politica, anche perché ne va della sua stessa sopravvivenza. È proprio l’ampia autonomia dei Cantoni a permettere l’esistenza di un caso speciale come il Ticino. È la struttura federalistica della Svizzera – che dalla base giunge ai vertici, dai Comuni ai Distretti, dai Distretti ai Cantoni e dai Cantoni alla Confederazione – a creare i presupposti per una proficua convivenza sul suolo svizzero. Il federalismo è geniale nella sua semplicità: non siamo tenuti ad adottare le stesse soluzioni, non dobbiamo nemmeno piacerci a vicenda, basta che ognuno lasci in pace l’altro.

Il federalismo è una delle carte vincenti della Svizzera; a torto lo si associa al concetto poco lusinghiero di "campanilismo". Il Ticino è la prova vivente dei vantaggi che offre questo sistema. Proprio come una democrazia deve proporre alternative affinché il cittadino non possa soltanto esprimere una preferenza, ma anche operare una scelta vera, così il federalismo offre al cittadino la possibilità di mettere a confronto vari sistemi, anche al di là dei confini nazionali. Il Mendrisiotto ad esempio è integrato nel tessuto economico milanese, pur facendo appunto parte della Svizzera. È questa la formula vincente.

Anche il sistema tributario svizzero si distingue per la sua struttura federale e fa leva sulla concorrenza tra Comuni e Cantoni. Il risultato è un onere fiscale meno gravoso che in altri Paesi. Soltanto l’autonomia fiscale e la facoltà di paragonare direttamente le aliquote inducono la politica ad alleviare il gravame per i cittadini. Il Ticino ha dimostrato il successo di una mirata politica di sgravio e di una strategia offensiva in materia di fiscalità delle imprese. Oggi il Ticino è una piazza molto attraente, e se ne sono resi conto anche oltre frontiera.

4. A difesa della sovranità fiscale

Gli imprenditori dell’Italia settentrionale hanno appunto scoperto i pregi della piazza ticinese: fiscalità privilegiata (in Italia l’erario riscuote oltre il 40 %, in Ticino meno del 20 % dell’utile societario), oneri sociali moderati, scioperi piuttosto rari, elevato livello di formazione, plurilinguismo, stabilità politica, flessibilità sul mercato del lavoro, certezza del diritto. Faremmo bene a preservare e potenziare tali attrattive.

Intanto anche l’Unione europea si è accorta che le imprese internazionali apprezzano la nostra piazza economica. Pochi mesi or sono, gli elettori svizzeri hanno approvato in votazione il versamento di un miliardo di franchi a favore dell’Unione europea (miliardo di coesione). È stato un gesto di grande disponibilità nei confronti dell’Europa. Eppure, «ottenuta la grazia, gabbato lo santo». Ed ecco il ringraziamento: vengono a dirci che la Svizzera deve cambiare sistema tributario, che la sovranità fiscale dei Cantoni è illegale, che la Svizzera deve alzare le aliquote segnatamente per le imprese e le società holding. Ma noi non ci stiamo, non ci faremo dettare politica da Bruxelles. È uno dei motivi – e non certo il più insignificante – per i quali preferiamo restare fuori dall’Unione europea.

La certezza del diritto e la stabilità fiscale attirano in Svizzera e in Ticino imprese e privati da tutto il mondo. Sono in sostanza due i capisaldi delle aliquote convenienti: il coinvolgimento dei cittadini e il federalismo. Entrambi non esistono o sono poco sviluppati nell’Unione europea.

I diritti di partecipazione democratica sono strutturati in modo che l’elettore possa influire sulle decisioni fiscali a ogni livello. Le istituzioni sono pertanto chiamate a presentare conti accurati e trasparenti. I cittadini possono, all’occorrenza, porre un veto all’introduzione di nuove imposte, alla disastrosa ridistribuzione o all’istituzione di nuovi balzelli sempre più gravosi per chi lavora sodo. Se in Svizzera il tasso IVA è del 7,6 per cento e non del 15 per cento come in qualsiasi Paese comunitario, non è certo merito dei politici, bensì della partecipazione democratica.

L’adesione all’Unione europea comporterebbe la fine di tutte le prerogative appena elencate: perdita della sovranità fiscale, dei diritti popolari, della partecipazione civica, della trasparenza, della neutralità, del federalismo; e in cambio avremmo il "privilegio" di versare elevati tributi ai burocrati e ai tecnocrati.

5. Criminalità in aumento

La Svizzera ha aperto le frontiere, in parte perché vi è stata costretta. L’apertura non giova soltanto alle merci e ai servizi – e quindi a tutti noi –, anche i criminali vedono di buon occhio la nuova mobilità. Tutti ne facciamo le spese, ma in particolar modo i Cantoni di confine come il Ticino.

È inutile negarlo, la criminalità è in gran parte importata. I turisti del crimine, gli stranieri residenti e ora anche i giovani naturalizzati fanno registrare tassi di violenza elevati. Per anni i media e certi ambienti politici hanno messo a tacere, gridando alla "xenofobia", chiunque cercasse di tematizzare la criminalità degli stranieri. Ignorare i problemi però non li risolve.

Nel mio Dipartimento stiamo affrontando il problema del forte aumento della criminalità giovanile. Il gruppo di progetto è giunto alle conclusioni seguenti:

  1. la criminalità giovanile ha raggiunto proporzioni spaventose;
  2. molti giovani criminali sono stranieri mal integrati, provenienti segnatamente dai Balcani;
  3. impotenti assistiamo a tale fenomeno. Tutti si ergono a specialisti in materia, quindi nessuno lo è veramente. Tutti attribuiscono la colpa agli altri, quindi nessuno si assume la responsabilità;
  4. certi ambienti mediatici e politici continuano a negare, tacere o minimizzare la problematica della violenza ad opera di giovani stranieri.

Che fare?

  • La presenza della polizia va aumentata, anche nelle scuole se occorre.
  •  Le procedure vanno accelerate e rese più efficaci: i giovani criminali devono sperimentare subito le conseguenze delle proprie azioni.
  • I genitori dei giovani delinquenti dovranno assumersi le proprie responsabilità: gli stranieri e i naturalizzati potrebbero anche rischiare di perdere la cittadinanza e di essere espulsi.
  • Va migliorata l’integrazione dei giovani stranieri: spesso infatti la forte inclinazione alla violenza non è che l’espressione dei problemi d’integrazione e dei sensi d’inferiorità che vi sono correlati.

Per riuscire a realizzare tali obiettivi, è altresì necessario ottimizzare la cooperazione tra le autorità, in primo luogo tra i servizi di migrazione, di naturalizzazione e di polizia. Tuttavia, anche la società deve mutare: l’educazione deve di nuovo porre l’accento su virtù quali l’applicazione, l’ordine, la disciplina.

6. Forte immigrazione

La Svizzera conta circa 100 000 immigrati ogni anno. Sono tanti, e questo è senz’altro lusinghiero. Arrivano in Svizzera perché sperano in una vita migliore. E fin qui nulla da ridire, purché si integrino e con il loro impegno contribuiscano ad accrescere il benessere comune. Purtroppo osserviamo che molti stranieri tendono a «immigrare» per direttissima nel nostro sistema sociale. Ne è la conferma la quota, superiore alla media, di stranieri che vivono a carico dell’assistenza, percepiscono sussidi di disoccupazione o intascano rendite d’invalidità. Dobbiamo dare un taglio a questi fenomeni, che mettono a repentaglio il finanziamento delle nostre opere sociali.

La forte immigrazione comunque incide pure sul mercato del lavoro. Per tale motivo la nuova legge sugli stranieri, che entrerà in vigore nel 2008, prevede una prassi molto restrittiva per il rilascio di permessi di lavoro a cittadini extracomunitari: saranno ammessi soltanto i professionisti altamente specializzati di cui vi è urgente bisogno.

Le gente esprime le proprie preferenze scegliendo dove andare a vivere e lavorare. L’anno scorso si è riversato in Svizzera un numero senza precedenti di Tedeschi (circa 24 000), e pure i frontalieri sono in forte aumento. Per i Svizzeri tedeschi i Tedeschi sono quello che gli Italiani sono per i Ticinesi. Fatto sta che molti cittadini comunitari sono attratti dalla Svizzera, che non fa parte dell’Unione europea. Ricordate gli scenari apocalittici evocati nell’eventualità che la Svizzera avesse scelto la via solitaria? I fautori dell’Unione predicevano il declino economico del nostro Paese. I fatti hanno poi clamorosamente smentito tutti gli allarmismi. La Svizzera oggi sta bene proprio perché è rimasta indipendente e può adottare una politica a propria misura.

7. Puntare sulla qualità svizzera

Certo, anche noi abbiamo i nostri problemi da risolvere, quali la criminalità, l’immigrazione e la situazione sul mercato del lavoro. Nondimeno dobbiamo confidare nelle nostre qualità, che sono uno Stato snello, la responsabilità individuale, una fiscalità conveniente, la partecipazione civile, l’affidabilità e la sicurezza.

Guai a sottovalutare la sicurezza, e per sicurezza intendo anche la certezza del diritto. Il sistema svizzero è spesso criticato e la democrazia diretta è ritenuta paralizzante. Non sono d’accordo. La democrazia diretta ci ha donato una stabilità del diritto unica, in quanto consente al sovrano di rimediare subito agli errori decisionali dei politici e nessuno deve temere che un’elezione sconvolga tutto l’assetto istituzionale.

Dal 1945 l’Italia ha assistito all’ascesa e alla caduta di una sessantina di governi. Gli avvicendamenti avranno anche fatto la felicità dei media, ma in fin dei conti è preferibile la continuità, soprattutto per gli imprenditori che vogliono investire o per il ceto medio che sogna di godersi il frutto del proprio lavoro. Tanto per fare un esempio: il nuovo governo italiano ha ripristinato l’imposta di successione. In Svizzera il sovrano avrebbe dovuto convalidare tale decisione – indipendentemente dall’esito delle elezioni parlamentari. Comunque non è su questo aspetto che intendo soffermarmi, ma sul fatto che il primo governo decide di tassare la successione, il secondo fa marcia indietro, il terzo ripesca l’imposta dal dimenticatoio e via di questo passo. In questo modo il sistema diventa imprevedibile. C’è quindi da stupirsi se i più abbienti fuggono dal Paese? È nostra la colpa se si "rifugiano" in Svizzera? No. Non dobbiamo scusarci della nostra politica, tanto più che è legittimata dalla democrazia diretta e quindi dalla volontà esplicita del popolo.

8. Indipendenza e democrazia diretta

Gli irriducibili Ticinesi, di cui parlavo all’inizio, hanno conservato la propria indipendenza salvaguardando quindi l’indipendenza di tutti gli Svizzeri. Teniamo sempre a mente che il nostro Paese e la nostra economia devono il loro successo al fondamento stesso su cui poggiano: l’indipendenza, il federalismo e la neutralità del nostro piccolo Stato, cui tali basi permettono di emanare le leggi e creare le condizioni che più si addicono alle sue dimensioni.

Un vantaggio decisivo a tale proposito è la democrazia diretta. Non illudiamoci, senza la democrazia diretta la Svizzera oggi si ritroverebbe in seno all’Unione europea, senza più i suoi assi nella manica, che sono la libertà d’azione, l’autonomia della politica monetaria, il livello contenuto di imposte e tassi d’interesse, la neutralità, ecc. Anche le nostre leggi fiscali e soprattutto le nostre aliquote sarebbero ben diverse se non avessimo la democrazia diretta!

Il commercio è essenziale per i Paesi sprovvisti di risorse naturali. Da sempre la Svizzera interagisce con altri Paesi e altre regioni. Da sempre commerciamo, importiamo, esportiamo, ma per farlo – ed è questo il punto – mai e poi mai ci siamo piegati sotto un giogo istituzionale. Il nostro successo infatti si fonda sull’idea che la libertà di commercio presuppone la libertà dell’azione politica. Siamo un Paese aperto al mondo e, a ogni buon conto, il mondo non finisce nell’Unione europea. Perché essere aperti non significa affatto contrarre vincoli che indeboliscono la nostra sovranità!

Ultima modifica 16.03.2007

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