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Pubblicato il 28 gennaio 2015

"La situazione non è per nulla piacevole"

Corriere del Ticino; Anna Fazioli

Corriere del Ticino: "Il 9 febbraio ha portato insicurezza, ma il popolo ha preso il rischio consapevolmente."

Da quattro anni la Siria è in guerra. La Svizzera ha deciso di accogliere un contingente di 500 persone particolarmente vulnerabili, ma adesso organizzazioni e partiti chiedono che si faccia di più. Siamo abbastanza generosi?
Dall'inizio della guerra civile la Svizzera ha accolto quasi 10.000 persone provenienti dalla Siria. Siamo il solo Paese in Europa ad aver permesso ai siriani che hanno familiari nel nostro Paese di ottenere un visto con una procedura facilitata, finora ne hanno approfittato circa 4.600 persone. Non è molto, lo so, ma va comunque detto. Inoltre per il Consiglio federale è sempre stato prioritario l'aiuto in loco. La Svizzera ha già donato circa 130 milioni di franchi a questo scopo. L'anno scorso sono stata in Giordania, ho visto quanto sia urgente il sostegno ai Paesi confinanti. Ora il mio Dipartimento è stato incaricato, assieme con il Dipartimento degli affari esteri, di studiare misure supplementari. Non bisogna però nemmeno dimenticare i rifugiati che non sono davanti ai riflettori: il campo più grande si trova, ad esempio, in Kenia. Oggi ci sono più di 50 milioni di rifugiati nel mondo, era dalla seconda guerra mondiale che non si raggiungeva una cifra simile.

Il sistema Dublino funziona male. Bisogna pensare a un nuovo sistema di ripartizione dei richiedenti l'asilo in Europa?
Dublino non è una chiave di ripartizione, bensì un modo per definire chi è responsabile di una procedura d'asilo corretta. Per la Svizzera lo scenario peggiore sarebbe se Dublino non ci fosse: avremmo molte più domande d'asilo, visto che ogni rifugiato che non fosse accolto in un Paese europeo potrebbe rifare la sua domanda in Svizzera. Ciò che bisogna fare è migliorare il sistema di Dublino: oggi gli standard per l'accoglienza dei richiedenti l'asilo sono diversi nei vari Paesi, come pure la probabilità che qualcuno sia accolto come rifugiato; inoltre in presenza di situazioni straordinarie bisogna trovare un modo per suddividere meglio le responsabilità.

I contatti con le autorità italiane sono migliorati a questo proposito?
Se in un Paese il sistema non funziona bene, non è solo un problema della Svizzera ma di tutto il sistema. Per questo abbiamo preso contatto con l'Italia bilateralmente ma anche con gli altri Paesi Dublino per dire che ci aspettiamo che ogni nazione membro faccia il suo dovere, ovvero registri i richiedenti. Al contempo, se si è di fronte a una situazione straordinaria, come lo è l'Italia, bisogna che gli altri Paesi intervengano con mezzi finanziari e umani, ma anche condividendo i doveri d'accoglienza. La Svizzera ha fatto molta pressione in questo senso. Ricordo che attualmente 10 Paesi europei, tra cui la Svizzera, ricevono quasi il 90% delle domande d'asilo di tutta l'Europa.

Il Segretariato di Stato della migrazione trasmette i dossier provenienti da taluni Paesi al Servizio informazioni della Confederazione (ovvero i servizi segreti) affinché verifichino se ci sono legami con il terrorismo.
Questi controlli non sono una novità, sono sempre stati fatti e sempre secondo determinati criteri che identificano Paesi a rischio. Ma è vero che sono aumentati negli ultimi tempi.

Uno dei tre iracheni fermati in Svizzera perché sospettati di essere terroristi è arrivato nel nostro Paese come richiedente l'asilo. Si tratta dunque di un rischio reale?
Non si può escludere questa possibilità, ma non si può nemmeno sospettare ogni rifugiato. Oggi sappiamo che tra i terroristi che arrivano in Europa ci sono anche persone che sono partite dall'Europa. Finora il terrorismo era importato, ora viviamo una situazione nuova, anche l'Europa esporta il terrorismo. È nostra responsabilità evitare che questo succeda.

Perché a suo avviso gli attentati di Parigi hanno suscitato un'ondata di reazioni così grande, più grande ad esempio di quella seguita all'attentato sull'isola di Utoya in Norvegia, oppure alle bombe di Madrid e Londra?
Sono stata in Norvegia a più di un anno dall'attentato e devo dire che almeno nel Paese la tragedia era estremamente presente, come se fosse accaduta un giorno prima. L'attentato di Parigi è stato vissuto come un attacco a una libertà fondamentale, la libertà d'espressione, che unisce tutti i Paesi. Durante la marcia di solidarietà, che non è stata aggressiva ma molto dignitosa, lo si è percepito in maniera molto netta: si è voluto dimostrare che non ci lasciamo intimidire, che ci sono valori che vanno difesi in tutto il mondo.

Questi attentati cambiano qualcosa anche nella politica di sicurezza della Svizzera?
Che ci sia un rischio anche per la Svizzera era già evidente anche prima. Non è dunque necessario ripensare tutta la strategia di sicurezza, anche se il Consiglio federale ha voluto rafforzare i mezzi a disposizione del Servizio informazioni e il sostegno ai Cantoni; inoltre il consenso politico per la nuova legge per il Servizio informazioni è aumentato, si è disposti a concedere maggiori mezzi di sorveglianza. C'è però anche un'altra pista da seguire: non esiste un profilo tipico di questi terroristi; bisogna cercare di capire quali sono i fatti che possono portare delle persone a essere affascinate dal terrore e dalla violenza e sorvegliare attentamente le dinamiche che accadono in Internet. Non si tratta ditemi del tutto nuovi, ma è chiaro che oggi si sono molto accentuati. Ed è necessario avere uno scambio di informazioni ed esperienze con gli altri Paesi europei. Ne parleremo anche giovedì prossimo quando incontrerò i ministri dell'Interno dello spazio Schengen.

Nel suo discorso di inizio anno ha molto lodato la democrazia diretta, in un momento dove è piuttosto soggetta a critiche.
Secondo me è un sistema coraggioso, e unico al mondo. Mi piace perché dà molto potere a ogni cittadino e anche una grande responsabilità. I cittadini hanno l'ultima parola, non però su tutti i temi. Ad esempio non potranno mai esprimersi sull'abolizione del divieto della tortura o altri principi del diritto internazionale imperativo.

A suo avviso è necessario porre nuovi limiti, come un aumento del numero delle firme per le iniziative popolari?
Sono domande che ci si è sempre posti. Il Parlamento se ne occupa costantemente, per esempio il Consiglio degli Stati ha respinto recentemente l'idea di una corte costituzionale. Per me al centro della riflessione sta la cultura politica, ovvero come si usano gli strumenti della democrazia diretta. Il sistema della democrazia diretta è una cooperazione tra Governo, Parlamento e cittadini. Bisogna garantire che ciascuno di questi livelli possa fare il suo lavoro, ciò significa ad esempio trovare compromessi in Parlamento che possano essere accettati dalla maggioranza della popolazione. Ricordo che in Svizzera la maggior parte delle decisioni sono prese dal Parlamento. Negli ultimi anni la popolazione ha rifiutato due volte una maggiore responsabilità: non ha voluto eleggere il Governo e non ha voluto esprimersi su ogni accordo internazionale.

Tuttavia sembrano aumentare sempre più le iniziative che collidono con principi costituzionali o internazionali, obbligando il Parlamento a lunghi lavori di adattamento, con il rischio di iniziative per l'attuazione e referendum.
La nostra Costituzione fornisce le risposte a queste domande. Prendiamo l'esempio dell'iniziativa sul rinvio dei criminali stranieri. La Costituzione dice che se c'è un nuovo articolo da concretizzare in legge, bisogna rispettare il nuovo articolo ma anche i diritti fondamentali, come la proporzionalità. Non solo l'uno o solo gli altri, ma entrambi. La cultura politica ci dice che vanno rispettate anche le decisioni prese precedentemente. Ed è responsabilità del Parlamento farlo, poiché è il garante della Costituzione.

Bisognerebbe meglio definire i criteri per invalidare le iniziative? Finora Governo e Parlamento sono stati molto prudenti a questo proposito.
Anche in questo caso la Costituzione è molto chiara: un'iniziativa deve essere dichiarata nulla se è contraria al diritto imperativo o se non rispetta l'unità della materia, ovvero se unisce due temi diversi non dando al popolo la possibilità di compiere una vera scelta. Ogni parlamentare giura di rispettare tutti gli articoli della Costituzione. Ogni tanto devo ricordarlo, in Parlamento... e continuerò a farlo.

La sua prima visita bilaterale all'estero come presidente della Confederazione sarà a Bruxelles. Cercherà di spiegare alla Commissione UE il progetto di applicazione dell'iniziativa contro l'immigrazione di massa?
Innanzitutto bisogna spiegare che cosa ha deciso la Svizzera, che cosa prevede il nuovo articolo costituzionale. E spiegare che la Svizzera ha conosciuto una forte immigrazione negli ultimi anni, anche perché la nostra economia era molto forte. Ma per poter avviare dei negoziati, abbiamo bisogno di un partner. Cercherò di con vincere il presidente della Commissione Juncker che l'UE deve parlare con la Svizzera su questo tema.

Secondo l'UDC l'attuale progetto è solo una facciata, in seguito direte che l'UE non ci sta e opterete per un'applicazione meno alla lettera.
Attualmente il Consiglio federale è accusato un po' di tutto, da un lato proponiamo un'applicazione troppo rigida che renderà difficile continuare la via bilaterale, dall'altro lato non vogliamo applicare l'iniziativa. La verità è che bisogna fare una legge d'applicazione per mettere in vigore questo articolo. Al contempo bisogna trovare una via con l'UE, anche se sarà difficile dato che Bruxelles afferma che il principio della libera circolazione è intoccabile. Il Consiglio federale vuole procedere parallelamente su queste due piste. Anche se per il momento non si vedono punti di contatto, vogliamo provare a trovarli. Il Governo l'ha sempre detto, già prima del 9 febbraio, che sarebbe stato difficile. Mi si chiede talvolta se non sia un rischio voler applicare questo articolo. No, il rischio è stato accettare quest'iniziativa. La maggioranza della popolazione ha voluto prendere questo rischio, sapendo che l'iniziativa avrebbe messo la Svizzera in una situazione di insicurezza; una situazione che non è assolutamente piacevole, ma lo sapevamo sin dall'inizio e ora bisogna fare tutto il possibile per poter negoziare.

Non si rischia di indebolire la posizione della Svizzera, chiedendo di negoziare e al contempo affermando che la Svizzera non può restare senza Bilaterali?
L'articolo costituzionale afferma che la Svizzera vuole gestire e limitare l'immigrazione. Il popolo sapeva che sarebbe stato difficile far combaciare questo obiettivo con la libera circolazione, ma non si è espresso per o contro i Bilaterali. Tutti sanno fino a che punto sia importante avere relazioni stabili e strette con l'UE. Noi comunque intendiamo negoziare certi della nostra posizione: abbiamo un'economia forte, siamo il quarto partner commerciale dell'UE, ci sono 1,3 milioni di europei che vivono in Svizzera e quasi 300.000 frontalieri cui diamo un lavoro.