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Pubblicato il 5 novembre 2009

"Un falso problema"

La Regione, Edy Bernasconi

La Regione: "Quello dei minareti è un problema inesistente. Lo ribadisce nell’intervista concessa al nostro giornale la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf. La stragrande maggioranza dei musulmani che vivono in Svizzera, nonostante il forte aumento del loro numero, è perfettamente integrata e rispetta le regole della nostra società. Il successo dell’iniziativa in votazione popolare il prossimo 29 novembre rischia invece di alimentare inutili tensioni."

Si sta focalizzando attorno a diversi aspetti particolarmente sensibili dal profilo sociale e culturale la discussione in vista della votazione sull’iniziativa popolare che vorrebbe vietare la costruzione di minareti in Svizzera. Il tema delle relazioni tra le religioni si mescola con la questione dei rapporti tra queste ultime e lo Stato.

Il dibattito si sta allargando, inevitabilmente, ai problemi che pone una società che non è solo multireligiosa, ma è chiamata a ricercare la convivenza tra etnie e culture diverse.

Di questo abbiamo parlato con la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf che, nella sua qualità di direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia, si trova a condurre in prima persona la campagna sull’iniziativa antiminareti.

Signora Widmer-Schlumpf, tra gli argomenti dei sostenitori dell’iniziativa vi è la tesi secondo cui la presenza di minareti sul nostro territorio sarebbe in contrasto con la tradizione culturale e religiosa del popolo svizzero. Noi viviamo tuttavia all’interno di una società multietnica e, di conseguenza, multiculturale. Alla luce di questa nuova realtà l’obiettivo dell’integrazione non è da considerare prioritario rispetto alla difesa delle radici?
"Quello dei minareti è un problema di natura unicamente edilizia. Spetta alle autorità competenti in materia, in primo luogo ai comuni, la responsabilità di accordare dei permessi di costruzione" afferma la direttrice del Dipartimento di giustizia e polizia. "Gli iniziativisti stanno mescolando una questione di natura squisitamente pianificatoria con quella della presenza dell’islam nella nostra società. Soprattutto a partire dagli Anni Novanta il numero delle persone di fede islamica è aumentato notevolmente in Svizzera, senza che ciò abbia posto particolari problemi e senza che ci siamo trovati confrontati con una inflazione di domande per la costruzione di strutture di questo tipo. In tutta la Confederazione ne abbiamo solo quattro e non credo che nel futuro il loro numero sia destinato a crescere in modo signivicativo. In Svizzera vivono oggi circa 400 mila musulmani. Di essi solo circa 50 mila sono effettivamente praticanti e solo pochi di loro seguono rigorosamente nella vita quotidiana le prescrizioni di quella religione. Ciò significa che la grande maggioranza dei musulmani accetta le leggi dello Stato e si è conformata, nel comportamento di ogni giorno, alle regole sulle quali si fonda la nostra società. Si sta parlando di un problema che non esiste o comunque non nella misura che si vorrebbe far credere."

Portrebbe dunque essere proprio l’accoglimento dell’iniziativa a alimentare tensioni che oggi non ci sono. Lei ha affermato recentemente che questa iniziativa mette in pericolo la pace religiosa.
"Oggi i musulmani vivono e lavorano fianco a fianco con i cittadini svizzeri senza che si pongano particolari problemi anche perché, come ho già detto, la maggioranza di loro accetta le nostre regole di convivenza civile. Questa iniziativa, oltre a toccare un problema marginale, rischia perciò di creare tensioni inutili. Viviamo in un Paese che ha saputo trovare valide soluzioni alla convivenza tra religioni. Penso in particolare ai rapporti tra cattolici e protestanti. Lo Stato ha rinunciato da tempo a fissare norme in materia religiosa. Nel 2001 è stato cancellato l’articolo costituzionale che condizionava la creazione di nuove diocesi all’approvazione della Confederazione. È su questa strada che dobbiamo continuare" si dice convinta la consigliera federale la quale si appella a un principio irrinunciabile per un regime democratico, quello della separazione tra la Chiesa e lo Stato: "Il compito della politica è quello di assicurare la convivenza civile attraverso gli strumenti a sua disposizione. Per questo è importante che non metta il naso nelle questioni religiose. Gli iniziativisti sostengono a questo proposito che chi è contrario al divieto dei minareti è automaticamente favorevole all’islam e ciò è falso."

Se si osserva poi il contenuto dei tanto discussi manifesti il messaggio che prevale sembra essere quello secondo cui dietro ogni musulmano si nasconderebbe un potenziale terrorista e quindi che l’islam sia una minaccia per la sicurezza del Paese.
"Ancora una volta gli iniziativisti stanno mescolando problemi che non hanno nessuna pertinenza tra di loro. Lo Stato ha sufficienti mezzi legali per combattere e reprimere attività contrarie alla sicurezza. Tutto questo non ha tuttavia nulla a che vedere con la presenza o meno di minareti o di altre costruzioni di carattere religioso. Non ritengo tuttavia che questi manifesti siano da vietare. Si tratta semmai di discutere del loro contenuto."

Nell’ambito del dibattito, almeno in Ticino, vi sono stati politici, non necessariamente legati all’Udc o alla Lega dei ticinesi e che non sostengono apertamente l’iniziativa, i quali hanno sostenuto che, in materia religiosa, vi dovrebbe essere reciprocità da parte dei Paesi a maggioranza musulmana, ciò che non sarebbe il caso oggi in particolare nei confronti dei cristiani? Qual è il parere della consigliera federale?
"Se ci sono Nazioni i cui governi violano una libertà fondamentale come quella religiosa, ciò non è un motivo sufficiente per adottare gli stessi metodi. La censura su questa materia è contraria alle basi stesse degli Stati democratici avanzati. Vorrebbe dire adottare la politica dell’occhio per occhio e dente per dente. Va tuttavia anche corretta questa convinzione che non corrisponde, se non in minima parte, alla realtà. Vi sono Paesi la cui popolazione è costituita in larghissima maggioranza da musulmani dove gli appartenenti a altre comunità religiose sono ampiamente rispettati. Sono stata recentemente a Sarajevo, e qui ho potuto costatare la coesistenza, a poca distanza una dall'altra, di una moschea, di una chiesa con tanto di campanile e di una sinagoga. Ci sono poi Nazioni, nelle quali vi è una religione di Stato, dove le altre fedi sono comunque tollerate. Sono invece rari i casi nei quali le altre fedi sono sottoposte a divieti, come avviene in Arabia Saudita. In queste situazioni spetta alla comunità internazionale battersi perché siano rispettati i diritti dell’uomo."

Qualche domenica or sono un consigliere nazionale del suo vecchio partito, il noto imprenditore Peter Spuhler, si è distanziato dai contenuti dell’iniziativa affermando che una sua accettazione potrebbe avere conseguenze economiche negative per la Svizzera. È un argomento che condivide?
"È una preoccupazione che può essere condivisa. Non possiamo sapere con certezza se un voto favorevole potrebbe avere effetti di questo genere. Si tratta in ogni caso di riflettere anche su questo, evitando però che il voto sui minareti sia dettato da sentimenti di paura per le sue possibili ripercussioni economiche."

Da mesi ormai i rapporti diplomatici tra la Svizzera e la Libia sono tesi e la vicenda dei due ostaggi trattenuti da Gheddafi non ha ancora trovato soluzione. Considerato che la Libia è un Paese a forte tradizione musulmana ciò non potrebbe influenzare l’elettorato?
"Io credo che il cittadino svizzero sia sufficientemente maturo per saper distinguere tra la tradizione religiosa di un popolo e il regime politico di quel Paese. La situazione che stiamo vivendo non ha nulla a che vedere con l’islam."

Il 29 novembre il popolo si dovrà esprimere. In Parlamento vi era stato chi, dal ticinese Dick Marty al grigionese Theo Maissen, aveva proposto di non entrare in materia considerando anticostituzionale il testo dell’iniziativa. Il Consiglio federale non fu dello stesso avviso. Rimane della medesima idea?
"Sono pochissimi i casi, secondo la nostra Costituzione, nei quali un'iniziativa non può essere sottoposta al popolo. Vale questo principio solo quando un’iniziativa viola disposizioni cogenti del diritto internazionale. I dubbi sollevati da Marty e Maissen meritano di essere approfonditi, anche se in governo abbiamo deciso altrimenti. Certo non è da escludere, nel caso in cui l’iniziativa fosse accolta, che qualcuno possa rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. È giusto che il cittadino pensi pure a questo al momento di andare al voto."